Non c'è stato niente da fare, all'alba di ieri, per salvare la vita di un giovane, appena ventenne, che ha compiuto l'estremo gesto di togliersi la vita legandosi un cappio attorno al collo. Trovato esanime dai familiari, a nulla è servito l'intervento dei soccorritori del 118: la diagnosi era impietosa, non c'era nessun margine per risparmiargli la morte.
Mentre la città resta col fiato sospeso per l'evolversi dell'emergenza coronavirus,nella periferia del capoluogo si è consumato un dramma che ha sconvolto una famiglia e pone una serie di interrogativi sulla capacità di prevenire forme di disagio troppo spesso sottovalutate. La tragedia si è consumata in una villetta alle porte di Latina Scalo e la vittima è un ragazzo nato in Italia da genitori immigrati, arrivati nel capoluogo pontino dal Nordafrica in cerca di una vita migliore.
La vittima, riflesso della famiglia alle spalle, era un ragazzo umile. Aveva studiato in un liceo della città prima di interrompere gli studi per dedicarsi al lavoro: bracciante agricolo come i genitori. La sua personalità iniziava già da qualche tempo a denotare campanelli d'allarme, associati magari a questioni caratteriali; fatto sta che il ragazzo aveva dovuto lasciare l'ultimo impiego per qualche incomprensione con i colleghi, qualche sfottò di troppo.