Mentre ancora in tante zone d'Italia la gente non si rende conto della gravità di questa epidemia e continua un'apparente vita normale sfuggendo i divieti, ci sono luoghi dove i cittadini la lezione l'hanno imparata sulla propria pelle. Come accade a Lodi, epicentro del contagio, simbolo di un'intera provincia chiusa sotto chiave dove stati identificati i primi casi di contagio da coronavirus in Italia. E proprio dall'Ospedale Maggiore di Lodi, dal cuore della prima zona rossa della nazione arriva la testimonianza dell'infermiera di Latina Daniela Campagna, formata al Goretti, una testimonianza resa nota dalla professoressa Ernesta Tonini. Un'altra storia, come quella di tanti che lavorano in prima linea nelle zone più calde dell'emergenza facendo i conti con una delle crisi sanitarie più grave mai affrontate in Italia. «Sono a Lodi nel bel mezzo dell'epidemia- scrive la giovane donna - qui si lavora completamente coperti: divisa monouso, cuffia, maschera FF2P o FF3P, grembiule idrorepellente, copriscarpe e coprigambe, secondo paio di guanti e visiera. In città non si esce se non per fare la spesa e rigorosamente con la mascherina chirurgica, che indossano tutti. I movimenti sono ridotti al minimo: camera, supermercato, reparto. Per l'emergenza sono stati creati tre reparti a diversa intensità dove confluiscono gli infetti e i sospetti con sintomi. Il pronto soccorso è diviso tra sporco (Covid) e pulito (tutto il resto). Ovviamente visite programmate e ricoveri in elezione sono stati al momento tutti sospesi fino a data da destinarsi».