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La prescrizione salva D'Amato

La Corte dei Conti d’Appello dichiara prescritto il danno erariale: annullata la sentenza da 275 mila euro

Alessio D'Amato non ha dubbi: "Credibilità e risultati, vinceremo noi"

La condanna c’era stata, nera su bianco, e aveva fatto rumore. Ma ora quella pagina è stata formalmente chiusa dal tempo. La Corte dei Conti d’Appello ha infatti dichiarato prescritta l’azione di responsabilità erariale nei confronti di Alessio D’Amato, ex assessore regionale alla Sanità del Lazio, annullando la sentenza di primo grado che lo aveva condannato a risarcire 275 mila euro alla Regione.

La decisione è contenuta nella sentenza depositata dopo l’udienza del 29 ottobre 2025, con cui la Sezione Terza Giurisdizionale Centrale ha accolto gli appelli presentati da D’Amato e dagli altri coimputati, riformando integralmente il verdetto del 1° settembre 2022. La chiusura del procedimento non arriva per un’assoluzione nel merito, ma per intervenuta prescrizione, ritenuta maturata ben prima della notifica dell’atto interruttivo da parte della Procura contabile. Le motivazioni sono state pubblicate a fine gennaio.


La vicenda e la condanna di primo grado
I fatti risalgono a un periodo compreso tra il 2005 e il 2008, quando alla Fondazione Italia-Amazzonia Onlus, riconducibile allo stesso D’Amato, furono assegnati contributi regionali per complessivi 275 mila euro. Secondo la ricostruzione accolta in primo grado, quelle risorse – formalmente destinate a progetti culturali e di ricerca sulle popolazioni amazzoniche – sarebbero state utilizzate in modo difforme dalle finalità pubbliche, finendo per sostenere attività politiche e di propaganda elettorale.
La Corte dei Conti del Lazio, con la sentenza del 2022, aveva ritenuto sussistente un danno erariale, condannando D’Amato, insieme a Barbara Concutelli ed Egidio Schiavetti, alla restituzione delle somme, ravvisando una gestione delle risorse «in spregio all’interesse pubblico».
Il nodo della prescrizione
In Appello, però, il quadro cambia radicalmente. Il Collegio ha ritenuto fondato il motivo preliminare sollevato dalle difese: il termine quinquennale di prescrizione dell’azione contabile era già decorso al momento della notifica dell’invito a dedurre, avvenuta tra il 1° e il 2 febbraio 2021.
Secondo i giudici, non sussiste alcun occultamento doloso del danno tale da far slittare in avanti il dies a quo. La documentazione relativa ai finanziamenti, infatti, era nella piena disponibilità della Regione Lazio già all’epoca delle erogazioni. Di conseguenza, il termine prescrizionale ha iniziato a decorrere dal momento stesso del pagamento delle somme, avvenuto tra il 2005 e il 2008, e risultava quindi ampiamente scaduto.
«Non sussistendo alcun occultamento doloso – si legge nella motivazione – la prescrizione deve ritenersi compiuta».


Una chiusura senza assoluzione
Il punto centrale della sentenza è proprio questo: la Corte non entra nel merito delle responsabilità, ma chiude il procedimento per una questione di tempi. Una decisione che, sul piano giuridico, “salva” D’Amato dalla condanna contabile, ma che non cancella le valutazioni espresse nel primo grado.
Una dinamica già vista anche sul fronte penale: il processo per truffa aggravata si era infatti concluso, anni fa, con una declaratoria di prescrizione del reato.


Il peso politico della decisione
Sul piano politico e istituzionale, la sentenza d’Appello segna la fine di una lunga vicenda giudiziaria che aveva accompagnato una figura centrale della sanità laziale negli ultimi anni. Ma lascia aperta una riflessione più ampia: quella su procedimenti che si chiudono non per chiarimento definitivo dei fatti, bensì per il decorso del tempo.
Una conclusione legittima sotto il profilo giuridico, ma che inevitabilmente alimenta il dibattito pubblico sul rapporto tra giustizia contabile, responsabilità amministrativa e tempi della macchina giudiziaria.

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