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Il caso

Omicidio Moro, la Cassazione: ritorsione e dominio

Depositate dalla Suprema Corte le motivazioni dell'annullamento della sentende della Corte d'Appello

Omicidio Moro, la Cassazione: ritorsione e dominio

Sono state depositate le motivazioni della sentenza della Corte di Cassazione emessa lo scorso 15 gennaio nel processo per l’omicidio di Massimiliano Moro, ucciso la sera del 25 gennaio del 2010 nel suo appartamento di Largo Cesti a Latina a  colpi di pistola nella «Guerra criminale Pontina».  I magistrati della Suprema Corte avevano disposto l’invio degli atti ad un’altra sezione della Corte d’Assise d’Appello di Roma, dove sarà celebrato un nuovo processo.  Erano state annullate le condanne a 15 anni e quattro mesi di reclusione per Simone Grenga, ritenuto l’esecutore materiale dell’omicidio e Ferdinando Ciarelli detto Macù che secondo l’accusa aveva coordinato l’azione. La Corte di Cassazione aveva annullato le assoluzioni di Antoniogiorgio Ciarelli e Ferdinando Pupetto Di Silvio. Erano state confermate in Appello dopo la sentenza di assoluzione di primo grado. I magistrati della Suprema Corte avevano escluso  l’aggravante mafiosa, una decisione quest’ultima che diventa definitiva. In poco più di 20 pagine i giudici della prima sezione penale,  presidente  Giacomo Rocchi,  relatore Stefano Aprile, ripercorrono i fatti e il processo oltre che della Corte d’Assise di Latina  anche della Corte d’Appello.  

«A fronte della critica sviluppata dal pubblico ministero, il giudice di appello non ha preso in esame - è riportato nelle motivazioni -  le dichiarazioni di Andrea Pradissitto (partecipe diretto), Renato Pugliese (de relato) e Agostino Riccardo (de relato) come convergenti sul nucleo essenziale del fatto: riunioni in ospedale e in Piazza Aldo Moro il 25 gennaio 2010. La Corte d’Appello - scrivono i giudici -   ha sminuito la partecipazione alle fasi di ideazione (ospedale) e attuazione (Piazza Moro e presidio sotto il palazzo), nonché la convergenza delle fonti dichiarative - scrivono  -  facendo un mero richiamo alla decisione di primo grado».  La Corte di Cassazione sostiene che la causale dell’omicidio Moro è duplice: «La ritorsione per l’attentato a Carmine Ciarelli e l’affermazione del dominio sul territorio»  hanno scritto i magistrati.  «Non risulta controverso che il “procurato” incontro con Moro non fu occasionale, ma artatamente provocato grazie alla telefonata effettuata dalla cabina di Piazza Aldo Moro. Il piano omicidiario, secondo il racconto di Pradissitto - è scritto nelle motivazioni -  prendeva definitiva forma solo in Piazza Moro, ma, come  osserva il pm,  non può essere dimenticato quanto accaduto sin dal mattino del 25 gennaio 2010 presso l’ospedale Santa Maria Goretti di Latina. Il pubblico ministero sottolinea, quanto al lasso temporale, che il proposito omicidiario, maturato nel corso delle due riunioni mattutine, ben avrebbe potuto essere abbandonato nel corso della giornata, mentre, invece,  è rimasto fermo nell’animo di tutti i complici sino alla sua esecuzione in orario serale. Se  i mezzi per l’esecuzione del delitto (la pistola) venivano recuperati poco prima della consumazione, viceversa, il reclutamento dei componenti del gruppo di fuoco si perfezionava sin dalla mattinata, con il coinvolgimento dei diversi rappresentanti delle famiglie Ciarelli e Di Silvio.  Sotto questo profilo - è riportato nelle motivazioni -  spetta al giudice di merito verificare se l’agguato non possa qualificarsi, anche nell’ottica della premeditazione, come il primo segno tangibile dell’alleanza tra clan».  
Gli imputati sono difesi dagli avvocati: Gaetano Marino, Massimo Frisetti, Italo Montini, Alessandro Farau, Marco Nardecchia, Michele Scognamiglio Emilio Siviero.
La data del processo in Corte d’Assise d’Appello non è stata fissata.

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