A Latina il recupero della sfilata dei carri di Carnevale, rinviata per maltempo, è finito al centro del dibattito. La scelta di riportare l’evento in calendario nella prima domenica di Quaresima ha suscitato più di una perplessità in città per una questione di opportunità: il Carnevale, per tradizione, precede il tempo liturgico che invita a sobrietà e raccoglimento. Non si tratta di moralismi, ma di coerenza simbolica. Se ogni tempo diventa intercambiabile, anche le ricorrenze rischiano di perdere il loro significato. Sovrapporre i due piani, quello popolare e popolare e quello spirituale, può apparire, a molti, una forzatura. Le critiche per la sfilata “fuori tempo” non sono mancate e a queste osservazioni ha replicato sui social l’assessore al Turismo Gianluca Di Cocco, intervenendo sulla pagina Facebook “Amici in Festa” con un post a sua firma. L’assessore ha scritto che l’amministrazione, prima di procedere, avrebbe coinvolto la Curia vescovile, la quale – si legge – «comprendendo il carattere straordinario del recupero e il fatto che l’annullamento non fosse dipeso da una scelta organizzativa ma da cause di forza maggiore, ha concesso il proprio benestare allo svolgimento della manifestazione, rivolta esclusivamente a bambini e famiglie. Si tratta dunque di un momento semplice e comunitario, autorizzato e condiviso, pensato per restituire ai più piccoli una giornata di festa che non si era potuta tenere».
La smentita Una versione che però è stata smentita ufficialmente dalla Diocesi. Il portavoce del vescovo Remigio Russo, ha diffuso una nota in cui precisa: «Nell’edizione della stampa locale, i resoconti sulla sfilata dei carri tenuta ieri a Latina è riportata la dichiarazione di un rappresentante istituzionale del Comune di Latina circa un “benestare della Curia” a detta manifestazione in Quaresima. A tale proposito posso affermare che non è mai stato “concesso” alcun parere favorevole o permesso all’evento di ieri. Di conseguenza la dichiarazione di “benestare” deve intendersi non vera. L’occasione è utile per ricordare che la cordiale e comprensiva collaborazione per il bene comune che esiste tra istituzioni diverse deve sempre avvenire nel rispetto reciproco delle proprie autonomie, rispetto che la Diocesi di Latina ha sempre mantenuto verso gli enti istituzionali e locali. Cordialità e comprensione che, specie nelle normali interlocuzioni correnti, non può e non deve essere fraintesa e tantomeno curvata fino a dare interpretazioni fuorvianti alla cittadinanza».
Parole misurate, ma inequivocabili. La Curia non entra nel merito delle scelte organizzative del Comune – che in uno Stato laico non necessitano di autorizzazioni ecclesiastiche – ma rivendica con fermezza la propria autonomia e chiede che eventuali interlocuzioni non vengano tradotte in “benestare” formali mai espressi. Il punto, dunque, non è stabilire chi possa o meno autorizzare una sfilata, bensì evitare cortocircuiti comunicativi. Se l’intenzione dell’assessore era quella di sottolineare il carattere straordinario e familiare dell’evento, la formulazione scelta ha finito per attribuire alla Curia una condivisione istituzionale che la Diocesi non riconosce. In filigrana emerge un tema più ampio: il rispetto dei ruoli. La collaborazione tra enti civili e realtà ecclesiale, specie in una città come Latina, è storicamente improntata al dialogo. Ma proprio per questo richiede chiarezza, soprattutto quando si toccano ambiti simbolicamente sensibili come il calendario liturgico. Non è, peraltro, l’unico episodio recente a raffreddare i rapporti. Padre Osvaldo, parere mai chiesto
Nei giorni scorsi la commissione urbanistica presieduta da Roberto Belvisi ha approvato l’istruttoria per intitolare una traversa di corso Matteotti a padre Osvaldo da Boville, frate cappuccino e per 37 anni cappellano dell’ospedale Santa Maria Goretti. L’iter, nato da una petizione popolare promossa nel 2017 da Giuseppe Panico, approderà ancora in commissione domani e poi in Consiglio comunale. Anche in questo caso, trattandosi di un religioso, sarebbe stato istituzionalmente opportuno – pur non obbligatorio in senso stretto – che il presidente Belvisi facesse un passaggio formale con la Curia. Al momento non risulta agli atti un parere richiesto alla Diocesi che non è stata in alcun modo coinvolta dalla commissione. Piccoli passaggi, forse, ma che nel loro insieme raccontano la necessità di una comunicazione più lineare tra Palazzo e Vescovado. Perché se la laicità delle istituzioni è un principio non negoziabile, lo è altrettanto il rispetto delle sensibilità e delle competenze reciproche. In fondo, la questione non riguarda solo una sfilata o una targa toponomastica, ma il modo in cui una comunità tiene insieme tradizioni civili e identità religiose senza sovrapporle né confonderle.