Primi sospetti per l'auto in fiamme alle case Arlecchino
I carabinieri vagliano alcuni nomi dopo avere raccolto le testimonianze di chi ha visto l'attentatore fuggire. Si scava tra i reduci della piazza di spaccio
Andrea Ranaldi
17.03.2026 - 12:00
Gli investigatori dei Carabinieri della Compagnia di Latina hanno imboccato con decisione una pista, lavorando al caso dell’auto incendiata domenica sera davanti all’ingresso del civico 6 di via Guido Rossa, nel complesso delle case Arlecchino. I militari dell’Arma hanno già tra le mani una serie di sospetti, nomi di persone che potrebbero essere coinvolte a vario titolo nella vicenda, a partire dall’attentatore, visto da più di un testimone mentre scappava dopo avere innescato le fiamme che hanno distrutto una vecchia Fiat 600 in sosta.
Sembra ormai scontato il movente, vale a dire lo sgarro, una vendetta consumata per colpire uno dei residenti che più di altri si era attivato per contrastare la piazza di spaccio gestita da un gruppo di giovani spietati e pronti a tutto. Il nesso con i fatti consumati lo scorso anno è ormai evidente, visto che in quel condominio si erano già consumati due attentati incendiari e lo stesso inquilino colpito l’altra sera aveva già subito un eloquente avvertimento due settimane prima, quando gli era stata danneggiata un’altra vettura, con un mattone utilizzato per infrangere il parabrezza.
L’indagine si sta concentrando sulle descrizioni dell’attentatore fornite dai testimoni che sarebbero riusciti a vederlo piuttosto bene, a tal punto da poterlo anche riconoscere. O meglio, chi lo ha visto non sarebbe stato in grado di fornire la sua identità, ma l’identikit ha già permesso ai carabinieri di convergere i sospetti attorno almeno a una persona. L’indagine è orientata verso gli ambienti criminali nei quali i gemelli Mattia e Yuri Spinelli, entrambi attualmente in carcere, avevano attinto per individuare i fidati collaboratori utilizzati per creare e gestire la proficua piazza di spaccio nel rione. Del resto quando i palazzi Arlecchino erano diventati uno smercio a cielo aperto di cocaina, le forze di polizia, e in particolare i carabinieri, avevano iniziato a compiere indagini e appostamenti per arrestare i pusher assoldati per fornire, ai clienti, un flusso ininterrotto di stupefacenti già pronti per il consumo.
Le indagini si erano intensificate quando il sodalizio dei palazzi Arlecchino aveva iniziato a scontrarsi con le fazioni concorrenti, dando vita a una “guerra” a suon di attentati esplosivi, con l’utilizzo di potenti ordigni, alcuni dei quali avevano colpito anche la piazza di spaccio di via Guido Rossa. Nel mezzo di quella guerra alimentata dagli affari con la droga, i condomini del civico 6 avevano fatto il possibile per ribellarsi a una situazione diventata per loro insostenibile, perché la fitta rete di pusher e vedette impediva loro di uscire di casa nelle ore serali e trattenersi nei porticati utilizzati per vendere la droga e magari nasconderla. Anzi, i residenti avevano più volte riattivato la pubblica illuminazione ogni volta che gli spacciatori rompevano i lampioni per creare il buio ideale a condurre le attività illecite, poi avevano curato i giardini eliminando l’incuria nella quale i trafficanti di droga riuscivano a trarre vantaggio per creare nascondigli e ostacolare la visibilità dall’esterno del quartiere. Ma ciò che aveva esposto i condomini alle ire dei pusher, era stata l’installazione di un potente faro sul tetto dell’edificio che illuminava l’intero piazzale sottostante di sera e di notte.
Il 14 settembre, nel bel mezzo della guerra a suon di bombe con le fazioni rivali, gli spacciatori si erano vendicati con i residenti, lanciando una bottiglia incendiaria nell’androne, provocando comunque danni limitati. Avevano replicato il 4 novembre, quando i danni erano stati maggiori nella scala condominiale e altre bottiglie incendiarie erano state preparate per creare un vasto incendio intorno al palazzo, evitato solo in circostanze fortuite.
Neanche a farlo apposta la mattina precedente era stato sgomberato l’appartamento tolto ai due fratelli che spacciavano per l’organizzazione dei gemelli Spinelli, i primi arrestati. Fatto sta che le vedette impiegate tra i palazzi Arlecchino sono state risparmiate dagli arresti, quindi sono potenzialmente ancora al servizio del sodalizio, sebbene le figure di spicco siano tutte finite in carcere. Ma la successiva indagine che ha permesso di ricostruire il tentativo di Mattia Spinelli di assumere il controllo all’interno del carcere di Latina col sostegno dei pusher che avevano lavorato al suo servizio, ha documentato come il gruppo delle Arlecchino fosse pronto a compiere attentati esplosivi anche dopo il loro arresto, potendo contare su gregari fidati all’esterno.