Cerca

Il fatto

Ingerenze mafiose per boicottare la gestione di Giovannino, subito a processo

Giudizio immediato per l'ex titolare occulto Antonio Fusco e la complice. Dopo il sequestro volevano convincere due dipendenti del ristorante ad assentarsi per mettere in difficoltà l'amministrazione giudiziaria

Ingerenze mafiose per boicottare la gestione di Giovannino, subito a processo

La sentenza con cui la  Suprema Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per Antonio Fusco detto Marcello, dichiarando inammissibile il suo ricorso, ha spianato la strada alla pubblica accusa nell’ambito dell’inchiesta per la tentata estorsione aggravata dal metodo e dall’ agevolazione mafiosa nei confronti di due dipendenti del ristorante Giovanni di Foce Verde, con l’intento di boicottare la gestione giudiziaria del locale. A margine della decisione dei giudici del Palazzaccio di non ritenere ammissibile il ricorso presentato dai difensori di Fusco, i magistrati della Dda di Roma hanno esercitato l’azione penale, ottenendo il giudizio immediato sia per l’imprenditore latinense di 63 anni difeso dall’avvocato Pasquale Cardillo Cupo, che per la quarantenne Mirella Salvadori, assistita dall’avvocato Vincenzo Buffardi, a sua volta sottoposta agli arresti domiciliari. La prima udienza è prevista a giugno.


Esaminando la pronuncia del Tribunale del Riesame, che aveva confermato il carcere, la Corte di Cassazione non ha ravvisato violazioni di legge né vizi di motivazione, anzi è entrata nel merito, confermando le valutazioni compiute sulle esigenze cautelari e sulla tenuta stessa del quadro indiziario. Fusco e Salvadori, ritenuti essere rispettivamente il finanziatore e il gestore occulti del ristorante a partire dal 2019, sono stati arrestati per avere tentato di convincere il cuoco del locale e la principale cameriera ad assentarsi improvvisamente dal lavoro, col dichiarato intento di ostacolare la gestione giudiziaria di Giovannino, introdotta in seguito al sequestro delle società che Fusco controllava, nell’ambito di un’inchiesta precedente, conseguente del suo coinvolgimento nell’operazione, ora confluita in un processo, sulla mafia apriliana che da molti anni si era infiltrata nel tessuto economico, come nella politica.


Il sequestro era fondato sull’ipotesi che Antonio Fusco, finanziato da Marco Antolini, uno dei leader della mafia apriliana, aveva rilevato la gestione del ristorante, sia controllando la società storica, che attraverso un’impresa di suo riferimento gestita formalmente da persone a lui vicine, per aggirare eventuali misure di prevenzione. Quindi dopo il sequestro, come ricostruito dai carabinieri del Nucleo Investigativo, mentre Fusco si trovava ai domiciliari per l’inchiesta sul malaffare apriliano, Mirella Salvadori che in precedenza era stata colei che gestiva il ristorante per conto dell’imprenditore, aveva avvicinato i due dipendenti principali per convincerli a mettersi in malattia per creare una difficoltà evidente all’amministrazione giudiziaria. A uno degli incontri tra lei e le vittime del tentativo di estorsione aveva preso parte anche Fusco, violando i permessi medici ottenuti per lasciare l’abitazione durante gli arresti domiciliari: i due non avevano pronunciato minacce esplicite, ma come hanno confermato anche i giudici della Corte di Cassazione, avevano fatto valere la contiguità di Fusco alla mafia apriliana, nota alle vittime, che avevano avuto paura di denunciare  e avevano parlato solo dopo essere stati contattati dai carabinieri. Un’opera di persuasione dai toni implicitamente intimidatori, che secondo la pubblica accusa ha il peso di un tentativo di estorsione aggravato dal metodo mafioso. A uno degli incontri aveva partecipato anche un avvocato, ma inizialmente era stato indagato il professionista sbagliato, quindi è stato necessario un supplemento investigativo per risalire al legale che aveva preso parte al tentativo di estorsione e non si è ancora conclusa l’indagine che sta valutando il suo comportamento.

Edizione digitale

Sfoglia il giornale

Acquista l'edizione