Il fatto
04.03.2026 - 10:00
Lucido, attento, concentrato. Soprattutto consapevole del ruolo di referente politico di FdI nel Lazio, regione strategica sotto ogni punto di vista. Sicuramente perché c’è Roma, la Capitale. Ma non soltanto. Parlamentare e coordinatore regionale di Fratelli d’Italia, Paolo Trancassini ricopre pure la carica di Questore della Camera dei deputati. Nel suo ufficio di Montecitorio ci sono due quadri imponenti e importanti: “L’Italia Una” di Tommaso De Vivo e un ritratto di Vittorio Emanuele II, di Gonin. C’è pure dell’altro: una maglia autografata (con dedica) di Ciro Immobile, naturalmente della Lazio. Impossibile non notare una palla ovale da rugby e un modello incantevole di una “Fragata Espanola” del 1780. Poi naturalmente libri politici e rassegne stampa ovunque.
Allora Trancassini, impossibile non cominciare dalla situazione internazionale, dal Medio Oriente in fiamme. Situazione delicatissima. E l’opposizione attacca: “Il Governo Meloni non conta nulla”.
Dario Franceschini, uno dei leader del Pd, ha detto: “Se vincono il referendum non li fermiano più”. Valenza politica enorme quindi?
«La sinistra è sempre “contro” e mai “per”. Quella di Franceschini è una “chiamata alle armi” di chi non ha argomenti. Invito tutti a leggere attentamente l’articolo 111 della Costituzione, quello sul giusto processo. Chi ritiene che va tutto bene, voti no. Chi pensa che invece la giustizia ha bisogno di qualche riforma, voti sì. Da decenni in tanti (di schieramenti assai diversi) si sono espressi per la separazione delle carriere. Ora, si attacca la Meloni. Attenzione però. In tempi non sospetti un magistrato disse che Giorgia Meloni non è ricattabile. Lei le riforme le fa, con coraggio. È per questo motivo che continua a vincere. Noi riteniamo che il sì aiuti il sistema Paese».
E se vince il no?
«Si andrà avanti».
A proposito di riforme: Roma Capitale e Lazio delle Province?
«Ovunque la Capitale è la locomotiva della Nazione e della Regione. Noi di Fratelli d’Italia, in modo convinto, abbiamo più volte provato (anche in passato) a declinare questo tema. Chiedemmo di prevedere, nel Pnrr, un miliardo all’anno per questo progetto. L’allora ministro dell’economia cassò la nostra proposta: era Roberto Gualtieri. Poi furono stanziati 500 milioni, ma noi contestammo quella decisione sul piano della forma. Si faceva riferimento al Giubileo. Per FdI, invece, dovevano andare per Roma Capitale. A prescindere. Certamente il ruolo delle altre province del Lazio andrà rafforzato. Però attenzione, perché con la giunta guidata da Francesco Rocca la Regione già sta facendo questo. I territori di Latina, Frosinone, Rieti e Viterbo non sono più le “Cenerentole”. Faccio un esempio: per quanto riguarda la sanità, a Roma c’è un’ampia gamma di scelta. Nelle province servono le eccellenze».
Domenica scorsa si è svolto il congresso del Pd in provincia di Frosinone. C’erano Daniele Leodori e Claudio Mancini, i quali nel Lazio hanno siglato un patto di ferro in previsione delle comunali di Roma e delle regionali. Chi sarà il candidato sindaco del centrodestra nella Capitale?
«Guardi, io non penso che l’unico tema sia quello del candidato sindaco, che comunque sarà autorevole e vincente. Il centrodestra ha bisogno di parlare un linguaggio chiaro, con il coraggio di affrontare argomenti anche impopolari. I romani hanno bisogno di questo: penso al traffico, ai rifiuti, alla pulizia, al decoro urbano. Dovremo essere capaci di replicare a Roma il modello di Giorgia Meloni. Lei dice in buona sostanza: noi siamo questo e vogliamo arrivare qui. Il motivo per il quale Fratelli d’Italia cresce stando al Governo è semplice: Giorgia Meloni realizza quello che promette. Per quanto riguarda la Regione Lazio, il Governo Rocca sta realizzando cose importanti. Con un elemento che va sottolineato: tutti i territori hanno pari dignità e sono protagonisti. Credo però che dovremmo comunicare meglio quello che facciamo. Sono molto orgoglioso del lavoro che stanno effettuando i consiglieri e gli assessori di Fratelli d’Italia. Non dobbiamo commettere l’errore di pensare che con un post sui social si risolvano tutti i problemi. Il sottoscritto conosce la politica del sindaco e degli amministratori locali. Ragione per la quale dico che è necessario pure parlare e confrontarsi direttamente con le persone. Anche ricevendole e ascoltandole. Il candidato del centrosinistra alla presidenza della Regione potrebbe essere Daniele Leodori? Non sono abituato a guardare in casa d’altri. Se sarà Leodori, ci confronteremo con lui. Passatemi la battuta: il vero tema è capire quanto durerà la tregua nel Pd. Perché se ci si ritrova solo per la “finalissima”, vuol dire che i problemi rimangono. Se ci si ritrova davvero, ci si ritrova e basta. O no?».
Come valuta la situazione di Fratelli d’Italia in provincia di Frosinone?
«Sono molto contento del partito: dai numeri del tesseramento a tutto il resto. Il presidente provinciale Massimo Ruspandini è molto bravo e poi dà l’esempio: si comporta come il primo e l’ultimo dei militanti. Peraltro è un deputato, ricopre il ruolo di vicecapogruppo del partito alla Camera ed è sempre in prima fila ogni volta che si deve organizzare anche un solo banchetto. Questo fa la differenza, specialmente in un partito che è passato in pochi anni dal 4% a oltre il 30%, diventando forza di governo. Lui non si sottrae mai e guida un’ottima classe dirigente, che sta ulteriormente crescendo. Per il resto, la bussola di Fratelli d’Italia è il senso di responsabilità, come abbiamo dimostrato al Comune di Frosinone».
A Frosinone lei ha tracciato una rotta chiara, che ha mantenuto anche quando due consiglieri hanno lasciato il partito. Rifarebbe tutto?
«Certamente sì. Sono sempre dispiaciuto quando dei consiglieri lasciano il partito. Peraltro sono tra quelli che ritengono che non dobbiamo mai pensare di essere esenti da colpe e responsabilità. Ma un rapporto, a qualsiasi livello (politico, familiare, di amicizia, di lavoro), si “testa” quando le cose vanno male. Allo stesso modo l’unione del centrodestra si misura nelle difficoltà. A Frosinone Fratelli d’Italia non ha preso scorciatoie, ribadendo (con i fatti) che è l’unità del centrodestra a consentirci di governare l’Italia, la Regione, i Comuni. E il rispetto tra alleati è fondamentale. La rottura del quadro politico è davvero l’extrema ratio. Ai nostri consiglieri e all’ottimo capogruppo Franco Carfagna ho detto che la lealtà e la tenuta del centrodestra sono la stella polare. La sfida adesso è quella di misurarci sul programma, rilanciando l’azione amministrativa. Dimostrando di essere propositivi e di rappresentare perfino un pungolo. Lo abbiamo detto anche al sindaco Mastrangeli».
Al Comune di Latina la situazione è complessa e complicata. Quanto può incidere sulla tenuta del centrodestra, peraltro in un momento in cui si è trovata la quadra sulla candidatura unitaria (Federico Carnevale) alla presidenza della Provincia?
«Intanto vorrei sottolineare la buona notizia della candidatura unitaria del centrodestra alla presidenza della Provincia. Insieme agli alleati abbiamo superato un’anomalia storica. E questa ritrovata unità sulla presidenza della Provincia è la stella cometa del centrodestra. Al Comune di Latina questa stella si è un po’ opacizzata. Dobbiamo tutti lavorare per superare le distanze. Il sindaco di Latina Matilde Celentano è un’ottima persona e una politica capace. E proprio lei rappresenta una enorme garanzia sul fronte del dialogo. Non è chiusa, non è presuntuosa, non è arrogante. Anche in questo caso la stella cometa del centrodestra è quella dell’unità attraverso il dialogo. Certamente i problemi ci sono. Ma sui temi, a cominciare da quello della Municipalizzata, bisogna confrontarsi sulle proposte e sulle controproposte. Al di là e oltre i toni (a volte scomposti) che sono stati utilizzati. La disponibilità al dialogo deve essere un imperativo categorico. Per quello che mi riguarda, sono a disposizione. Come sempre. E con Claudio Fazzone, Claudio Durigon e Davide Bordoni i rapporti sono ottimi. Aggiungo però che non per forza i problemi devono essere risolti a Roma. Anzi, se si trova la “quadra” sui territori è preferibile».
Senta Trancassini, che effetto fa guidare Fratelli d’Italia (primo partito del Paese) nel “fortino” del Lazio?
«Quando abbiamo iniziato questa avventura politica eravamo un piccolo partito che pensava in grande. Oggi siamo il primo partito italiano e nel frattempo abbiamo una grande macchina organizzativa. Nel Lazio ho la fortuna di avere ottimi coordinatori provinciali. La nostra storia è nota: siamo nati con la “fiamma tricolore”, simbolo che abbiamo mantenuto. Ma nel frattempo siamo stati capaci di aggregare esperienze diverse dalla nostra. In modo forte. A differenza di quello che succedeva in Alleanza Nazionale. Personalmente sono molto contento di guidare un partito del 30%, che in alcune aree arriva al 40%. Penso a Viterbo. La “chiave” di questo successo sta nel fatto di avere un leader straordinario come Giorgia Meloni, capace di tenere insieme le radici antiche, la passione dei militanti e le prospettive di chi si è avvicinato al nostro partito. Proprio in questa campagna referendaria ovunque vediamo tantissimi banchetti con ragazzi e pensionati in prima fila. Siamo l’unico partito che può vantare un mix di tale livello e passione politica tra giovani e anziani».
Ha citato Alleanza Nazionale. Le percentuali di Fratelli d’Italia sono molto superiori. Anche perché allora c’era Silvio Berlusconi che monopolizzava il consenso?
«Guardi, Gianfranco Fini è stato un ottimo leader anche sul piano dell’aggregazione. Ma Alleanza Nazionale era un partito che si apriva fino ad un certo punto. Giorgia Meloni ha aperto Fratelli d’Italia in modo incredibile. Con una convinzione assoluta. Oggi non c’è più nessuno che in una riunione rivendica il fatto di essere stato un fondatore. La grande capacità di Giorgia Meloni è quella di essere un eccezionale leader di partito e presidente del consiglio. E al tempo stesso sa conservare un’umiltà che si vede raramente. Quanto a Silvio Berlusconi, certamente non lo scopriamo oggi. Si tratta di periodi diversi. Ma lasciatemi aggiungere che Antonio Tajani sta guidando benissimo Forza Italia. E i risultati si vedono».
Parliamo di Basso Lazio: quali prospettive con Zls e Zona franca doganale? Mentre sulla Zes non sono arrivate le risposte che si speravano. E sulla Stazione Tav del Basso Lazio cosa prevede?
«Il discorso è generale e credo che per lo sviluppo dei territori bisogna continuare a viaggiare su un doppio binario. Faccio un esempio: da bambino non capivo perché in alcune gare di atletica (5.000 metri e altre) i partecipanti partissero chi più avanti e chi più dietro. Pensavo fosse una penalizzazione. Poi mi è stato chiaro che dopo qualche “giro” ci sarebbe stato un riallineamento. Ecco, penso che dobbiamo concentrarci su Zls e Zone Franche Doganali. Non rinunciando al resto però. L’obiettivo è aumentare la competitività, avvicinando sempre più le province a Roma. La crescita delle aree interne e delle comunità locali fa la differenza. Le tradizioni, le tipicità e l’identità sono “tesori” sui quali investire».
Nel dibattito politico si parla moltissimo di egemonia culturale, di impostazione gramsciana. Si tratta di un concetto che ha visto storicamente la predominanza della sinistra. A cominciare dal Pci. Perché oggi questo tema monopolizza il confronto?
«Perché Giorgia Meloni, da persona di destra, ha il coraggio di dire quello che pensa e di rivendicare i nostri valori. La sinistra non è mai stata abituata a questo, anzi era abituata ad essere compiaciuta a volte anche da destra. È cambiato tutto quando Meloni ha criticato (dicendo di non condividerlo) il Manifesto di Ventotene sull’idea di Europa. È successo il finimondo e la sinistra è andata fuori giri perché si è sempre ritenuta unica portatrice di verità. Ricordo che perfino un esponente del calibro dell’ex presidente della Camera Fausto Bertinotti in una trasmissione televisiva disse: “Di fronte all’aggressione di un atto formativo (il Manifesto) le avrei lanciato un oggetto contundente, anche un libro che forse le servirebbe”. Aggiungendo: “Io, che sono un non violento”. Un episodio che dimostra come per la sinistra il limite da non superare è rappresentato dalle proprie idee. Come dire: nessuno si deve permettere di toccare le mie idee. Non funziona così. Giorgia Meloni ha sovvertito questo tipo di ragionamento. E la sinistra non riesce ad accettare questa cosa».
Parlamentare, Questore della Camera, coordinatore regionale di Fratelli d’Italia: una carriera politica già importante che durerà ancora molto. Quanto tempo si sottrae alla famiglia, alla vita privata, agli affetti?
«Tutto. Si sottrae tutto il tempo possibile. Sono nato e cresciuto a Roma, dove esercito la professione di avvocato. Ho ricoperto il ruolo di sindaco di Leonessa (a più di cento chilometri da Roma). Però la premessa è che sono un privilegiato: faccio un’attività che mi piace (per la quale sono anche ben pagato), non lavoro in miniera. Mio padre mi ha insegnato l’umiltà e l’onestà. Non so da quanto tempo non vado al cinema. Posso fare una battuta? Il cinema forse lo vivo tutti i giorni, con le situazioni che devo affrontare a Frosinone, Latina e in altre zone. Magari mi danno anche l’Oscar? Mai dire mai».
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