Politica
06.03.2026 - 15:30
Il professor Alessandro Sterpa
Il dibattito sulla riforma della giustizia e sulla separazione delle carriere dei magistrati torna al centro della scena politica e istituzionale. Un tema che tocca direttamente l’equilibrio tra i poteri dello Stato e il funzionamento del sistema giudiziario. Secondo il professor Alessandro Sterpa, costituzionalista, la riforma rappresenta un passaggio necessario per completare il principio del giusto processo previsto dalla Costituzione. Non si tratterebbe quindi di uno stravolgimento dell’assetto costituzionale, come qualcuno del fronte del No sostiene, ma di un intervento coerente con i principi già presenti nella Carta. In questa intervista il professor Sterpa spiega perché, a suo giudizio, la separazione delle carriere può rafforzare le garanzie per cittadini e imputati.
Professore, quali sono gli obiettivi concreti di riforma della giustizia che i quesiti referendari intendono perseguire e in che misura possono incidere realmente sul funzionamento del sistema giudiziario?
Perché non era completa questa riforma?
«Perché ancora c’era un solo CSM, per tutti i magistrati. Pubblici ministeri e giudici nello stesso gruppo, ma soprattutto, spesso, nella stessa corrente. Con la riforma invece si avranno due Csm paritetici che si autogovernano. Separare le carriere dei magistrati significa distinguere in modo netto il percorso professionale di giudici e pubblici ministeri. L’obiettivo principale è rafforzare il principio del giusto processo, garantendo una maggiore imparzialità del giudice. Nel sistema attuale, infatti, giudici e pm appartengono allo stesso ordine della magistratura e possono, nel corso della carriera, passare da una funzione all’altra. Secondo i sostenitori della riforma, questa vicinanza rischia di indebolire la percezione di terzietà del giudice rispetto all’accusa. Con la separazione delle carriere, invece, il pubblico ministero resterebbe la parte che sostiene l’accusa, mentre il giudice assumerebbe in modo ancora più chiaro il ruolo di arbitro imparziale tra accusa e difesa. In questo modo si rafforzerebbe l’equilibrio tra le parti nel processo».
Una delle novità inserire dalla riforma Nordio è il sorteggio per i magistrati. È d’accordo?
«Prima di tutto va detto che anche questo aspetto è pienamente costituzionale. Non si tratta infatti di un organo con un mandato politico, rispetto al quale invece l’estrazione sarebbe contro i principi costituzionali. In questo caso l’estrazione verrebbe fatta sulla base di criteri e principi chiari».
Spesso si parla molto della responsabilità civile dei magistrati. Ma cosa c’entra con la riforma per cui si vota al Referendum?
«Nulla. Non c’è infatti nessun passaggio sulla responsabilità dei magistrati».
C’è un sostanziale equilibrio nell’opinione pubblica tra favorevoli e contrari a questa riforma. L’Italia è un Paese che però ha scoperto la distanza tra accusa e difesa nei processi solo grazie alla tv, con i telefilm americani tipo Perry Mason. Del resto da noi, fino a nemmeno trenta anni fa, pm e giudice sedevano dalla stessa parte, con imputato e avvocato da quella opposta. Uno squilibrio che continua a influire sulla percezione culturale degli italiani rispetto alla giustizia?
«Assolutamente esiste un retaggio culturale. Nel 1999 è stato approvato il giusto processo, da un governo di centrosinistra. È da quel momento, quindi meno di trenta anni fa, che l’Italia scopre una sostanziale parità tra accusa e difesa nei processi. Proprio per questo ritengo che oggi separare le carriere di magistrati inquirenti e giudicanti sia opportuno per dare ancora più equilibrio al sistema giudiziario del Paese, per garantire ancor di più a chi è indagato o imputato di avere un processo equo».
Anche questa volta il referendum in Italia è usato da qualcuno come uno strumento per mettere in difficoltà il governo in carica. Insomma, si prova a far passare il voto come un giudizio sul Governo, esulando magari dal merito.
«Non si può pensare che un referendum possa servire a far cadere un governo. Si tratta di un uso improprio dello strumento referendario rispetto a quanto immaginato dai padri costituenti. Il precedente più famoso è certamente il referendum costituzionale di Matteo Renzi. Al di là dei contenuti di quella riforma, si creò una coalizione eterogenea che aveva come unico obiettivo quello di far cadere quel governo. Esattamente il contrario di ciò che la Costituzione prevede per lo strumento referendario. Non possiamo poi stupirci del fatto che gli elettori si allontanano dalla politica e non partecipano alle consultazioni elettorali«.
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