Stavolta non c'entrano i soliti Bastian contrari, i commentatori faziosi o gli infaticabili dell'opposizione. No, stavolta a prendere carta e penna è stato un gruppo di imprenditori della città, che ha voluto mettere per iscritto quello che a voce si vanno raccontando ormai da mesi. E cioè che questa nostra città, sulla cui rinascita soltanto ieri avevamo scommesso tutti, va lentamente e progressivamente morendo. Fa un certo effetto sentirli dire quello che dicono, e anche se li prendi con le pinze o con una punta di sano sospetto per domandarti se siano animati da sentimenti di rancore verso un'amministrazione poco incline alle strette di mano e alle pacche sulle spalle, alla fine sei comunque costretto ad ammettere l'evidenza: dicono cose sensate, avvertono un pericolo che è nei fatti e non soltanto più nell'aria, preannunciano scenari foschi per l'economia del territorio. Una parte saranno pure spregiudicati palazzinari, gente abituata a seguire le scorciatoie per arrivare a mettere insieme un metro cubo in più di volume o per strappare un cambio di destinazione improbabile; altri saranno abili truccatori di carte per ottenere ogni volta iter amministrativi formalmente ineccepibili, ma ipotizziamo che ce ne sia anche uno soltanto perbene, uno che si sia sempre mosso nel cosiddetto solco della legalità: come ignorarlo o dargli torto quando dice che non ci sono più interlocutori nel palazzo e che è impossibile ottenere un'autorizzazione, un permesso, una concessione, una firma che sia una? Il cortocircuito che si è venuto a creare in Piazza del Popolo è probabilmente frutto di un equivoco culturale che può funzionare in una campagna elettorale, ma da cui bisognerebbe tenersi alla larga durante la gestione di un'amministrazione pubblica. Quale? Se la storia più recente di questa città ci racconta di un sistema malato di relazioni che ha finito per generare mostri e situazioni irrecuperabili, il compito di chi si è proposto di intervenire per combattere quel sistema non può essere quello di fermare le macchine e aspettare. E aspettare cosa? La missione della nuova amministrazione doveva essere quella di spezzare quel sistema staccando la spina alle relazioni malate e reintroducendo un corretto modo di dialogare con l'esterno. Qui sembra invece si sia interrotto il dialogo con l'intera città; da una parte chi amministra, dall'altra chi guarda e aspetta.
Una richiesta di rilascio di una concessione edilizia non può essere considerato un pericolo, perché è invece una risorsa, una potenziale benedizione; se ci sono le condizioni di legittimità per rilasciarla, lo si faccia. Se invece quelle condizioni non ci sono, si suggerisca cosa c'è da modificare, qual è il modo corretto di procedere.
La macchina comunale dovrebbe servire a quello, ma oggi è ferma. Gli amministratori danno la colpa agli uffici, che sarebbero rimasti ancorati a vecchi schemi e a vecchi personaggi e che dunque sono più portati a remare controcorrente piuttosto che a spingere nella direzione del nuovo corso. Ma se un'amministrazione non è in grado di dettare la tabella di marcia ai propri dipendenti, è un'amministrazione senza futuro, destinata al fallimento. Crediamo invece che il problema sia altrove, nella difficoltà di darsi obiettivi concreti da perseguire e raggiungere, nella mancanza di un'idea visionaria con cui restituire fiducia alla città e segnare una volta per tutte il solco del rinnovamento.
Un rinnovamento che deve necessariamente affermarsi attraverso i fatti e le risposte ai cittadini. Perché come sempre accade, domani il giudizio sull'amministrazione verrà dato su ciò che è stato fatto, e non su ciò che si è eventualmente impedito di fare.