«Ho conosciuto Daniele a maggio, sono stata a Sezze, ho incontrato i genitori e, poi, da voi a Latina dove ho conosciuto la moglie e il figlio. Mi ha aperto le porte della sua vita, non posso e non voglio credere al peggio. Anche perché lui e Tom Ballard, erano preparatissimi, pronti a scalare lo sperone Mummery». A parlare in questi termini, al telefono da Milano, con l'emozione soffocata in gola, la scrittrice Alessandra Carati, che il 18 dicembre del 2018 è partita alla volta del Pakistan proprio con Daniele Nardi ed è stata lì sino al 7 gennaio. Di questi giorni, sette li ha trascorsi al campo base, oltre i quattromila metri. «Le prime notti stavo malissimo, non ho dormito, ma lui non ha mai smesso di incitarmi a non mollare. Vorrei che questa biografia, per la quale Einaudi ha messo sotto contratto entrambi, uscisse il più lontano possibile. Non voglio pensare al fatto che siano morti, che non ce l'abbiano fatta. Non ce la faccio, è più forte di me, piango tutti i giorni. Perché ho vissuto con loro lì, al campo base, e vi posso assicurare che Daniele e Tom sono due tosti, preparatissimi, pronti a qualsiasi cosa, profondi conoscitori di quella montagna e di quello sperone. Lassù c'era un'atmosfera fantastica, meravigliosa. Nessuno immaginava quello che sta accadendo ora».
Il ricordo più bello di quei giorni con loro?
«Ce ne sono tanti, ma fu bellissimo quando un giorno volle farsi un regalo e, di conseguenza, lo fece anche a me. Tirò fuori un gran pezzo di prosciutto che cominciò a tagliare in maniera spessa, mangiandolo come un uomo delle caverne. Ero lì che lo guardavo con stupore, quasi incredula, ma felice. Ripeto, lassù al campo base, si respirava un'aria meravigliosa».
Inizialmente, però, avevi declinato l'invito.
«Sì, ne avevo parlato con il mio compagno e seguirli in questa spedizione sembrava a tutti e due rischioso. Poi un bel giorno l'ho chiamato e gli ho detto: 'guarda, ho deciso di venire'. In un attimo mi ha scritto quello che dovevo portarmi, chi dovevo contattare per il visto, insomma un vademecum completo. 'Tanto sapevo che saresti venuta, ero più che convinto', la sua risposta al mio stupore sulla sua preparazione al mio viaggio comunicatogli soltanto un attimo prima».
Quali sono le tue sensazioni, come vivi questo momento?
«Malissimo. Ho imparato a conoscere prima Daniele e, poi, lì in Pakistan, anche Tom. Due ragazzi meravigliosi, prima di essere alpinisti di fama mondiale, anche e soprattutto agli occhi dei loro colleghi. Vorrei che tutto questo non fosse vero, risvegliarmi da un brutto sogno, ma la realtà purtroppo è un'altra».
Per te, poi, non è stato facile al di là dell'ambientamento al campo base, anche perché sei donna e in un paese difficile come il Pakistan...
«Venivo vista come una giraffa in un cortile, non passavo proprio inosservata, tutt'altro. Loro, però, sono stati fantastici. Daniele mi ha incitato e aiutato al tempo stesso, ogni istante, ogni giorno».
Com'era l'intesa tra Daniele e Tom?
«Fantastica, si completavano. Due alpinisti formidabili, preparatissimi, conoscitori di ogni singolo centimetro di quello sperone. Il Mummery, per loro, non era qualcosa di nuovo. Ricordo ancora la prima riunione, prima di iniziare il cammino verso il campo base. Daniele mostrò a tutti le foto, da lui scattate, dimostrando di conoscere a memoria quel terribile pezzo di montagna. Ha trascorso più di 400 giorni al campo base, aveva provato a domare il Mummery anche in solitario: non è uno sprovveduto».