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Ambiente

Il vizio originario: Borgo Montello non era idoneo per i rifiuti

Nella trascrizione delle dichiarazioni del perito una verità scomoda: il suolo ha permeabilità 500 volte inferiore al minimo

«Non era idoneo». Il terreno che ospita le discariche di Borgo Montello non era adatto a diventare ciò che è stato, perché aveva un’impermeabilità alle sostanze derivanti da quel tipo di attività 500 volte inferiori al minimo. Ci sono voluti 50 anni, un lungo processo, un anziano perito e la tecnologia dei Tribunali per accendere la luce su quello che si potrebbe definire il difetto primordiale dei 50 ettari di via Monfalcone, divenuti uno dei nodi di inquinamento da tenere sotto osservazione.

Le trascrizioni dell’escussione del consulente della Procura, Rodolfo Napoli, al processo contro i vertici di Ecoambiente, cristallizza la genesi di tutti i guai di Montello e della disperazione dei residenti, ora parte civile al processo che riprenderà il prossimo 8 ottobre.
Durante l’escussione il pubblico ministero, rappresentato dal sostituto procuratore Giuseppe Miliano, ha chiesto se quel terreno aveva i requisiti in termini di barriera naturale per ospitare una discarica.
Il perito ha dato una risposta secca: «Non era idoneo». Aggiungendo: «... nel 1995 era stata fatta una valutazione... su quella che era la permeabilità in pratica dei suoli, che erano ben lontani, circa 500 volte inferiori di quelli che erano i limiti che la legge imponeva per poter usare quel terreno come barriera naturale contro la percolazione».
E infatti sulle tracce di percolato e relativi effetti inquinanti si concentra il processo in corso. «Eco Ambiente rilevò a valle di questi studi - ha aggiunto il perito - perché questi studi furono consegnati nel 1997-98».
Quando a Borgo Montello arrivò Eco Ambiente sussisteva già un problema di tutela delle falde, in specie sul sito S1, una discarica sotto cui c’era una ex discarica e sulla quale era necessario intervenire. La «soluzione» fu proposta da Eco Ambiente. In questo modo - spiegato dal perito - : «Eco Ambiente propose un suo intervento di bonifica dell’area S1. Dice: io bonifico la discarica S1 e in cambio di questa bonifica che faccio a spese mie... voi mi date la possibilità di realizzare una discarica sul sito della bonifica, in maniera che io posso rientrare dall’investimento e poi guadagnarci...».
Sembrò allora un discorso perfetto e infatti passò. Il punto è che già allora la legge imponeva ai fini della bonifica di allontanare tutti i rifiuti e le matrici contaminate. Andavano eliminate completamente. Secondo la perizia quell’intervento che ci fu all’inizio sul sito S1 non fu una bonifica bensì un’operazione di messa in sicurezza, perché i rifiuti della prima discarica sono ancora lì.
Resta una domanda su questa storia, peraltro formulata anche durante il dibattimento: si poteva fare di più?
Questa è stata la risposta del perito: «...Per quanto riguarda l’attività di bonifica i mezzi impiegati da Eco Ambiente per controllare il contributo dei bacini S1 e S2 al fenomeno di cui trattasi (un inquinamento pacifico ndc) possono ritenersi parzialmente sufficienti per quanto riguarda la fase progettuale, ma non sono stati impiegati correttamente, il che ne ha vanificato l’efficienza».

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