Ricominciare standosene a un metro di distanza oppure due non farà una grande differenza, o meglio, a fare la differenza non saranno le prescrizioni di un decreto o di un'ordinanza, ma il mix di paura e buonsenso che ci ha trascinati fuori dal buco nero di un'emergenza che a tratti abbiamo creduto insuperabile.

Guardando la gente che da un paio di settimane ormai si muove per strada e nei centri urbani si comprende agevolmente che un po' tutti, certamente la stragrande maggioranza degli italiani, compresi i più fortunati, quelli che non hanno subito lutti né contagi in famiglia, ha assimilato la lezione imposta dal coronavirus e si è data regole di comportamento in pubblico molto diverse da quelle abituali di sempre.

E' per questo che l'attenzione dei nostri governanti, nazionali e locali, al cosiddetto distanziamento sociale arriva un po' fuori tempo e, senza cercare la battuta, anche un po' fuori misura. Trovate uno di noi che abbia voglia di mischiarsi a una folla di sconosciuti, avventurarsi nel tunnel di una metropolitana o infilarsi in uno di quei centri commerciali dove ci si muove sgomitando: non c'è. Chi è costretto quotidianamente a salire su un treno o prendere la metro ha scoperto un nuovo modo di viaggiare, perché le carrozze sono quasi vuote e tutti quelli che sono a bordo si tengono più che a debita distanza. Un mondo nuovo, dove la parola d'ordine non è più correre, ma fare attenzione. Soltanto fermandoci a riflettere, comprendiamo che la disciplina in cui siamo precipitati è il frutto della consapevolezza e dello spirito di autoconservazione di ciascuno di noi.

Dunque, se ce n'è bisogno, ringraziamo con tutte e due le mani giunte chi ci ha guidato fino a raggiungere quest'isola di temporanea sicurezza che speriamo duri il più a lungo possibile; li perdoniamo anche per gli errori commessi in assoluta buonafede e per le disparità di trattamento in cui molti sono malauguratamente incorsi; li preghiamo di voler considerare, d'ora in poi, che la comunità dei cittadini, tutta e in qualsiasi angolo di Paese, ha buone facoltà di intendere e di volere, e quando si fa gestire pur non essendo completamente d'accordo, lo fa per spirito di collaborazione e rinnovato senso civico.

Gestire il passaggio tra la fase 2 e quella del ritorno alla libertà di movimento e di azione, sarà un'operazione molto delicata, soprattutto perché al centro dell'attenzione non potrà più essere l'ossessione delle distanze, e nemmeno l'ansia della ripartenza a tutti i costi.

Ciò con cui governo ed enti territoriali dovranno fare i conti, se vorranno davvero dare uno scossone al Paese e uscire dalle strettoie dell'emergenza, è il bagaglio culturale acquisito in questi tre brevi ma intensissimi mesi di clausura domiciliare.

Questa crisi ha costretto più o meno tutti a riconsiderare una serie di circostanze, convinzioni e valori, etici e non, svelando alla maggior parte di noi che esiste un legame profondo e di reciprocità forte tra tutte le componenti della società.

Abbiamo scoperto che le attività di impresa, tutte, sono essenziali alla nostra sopravvivenza e al nostro benessere; abbiamo toccato con mano la generosità di chi ha qualcosa da donare nei momenti in cui c'è bisogno di darsi una mano; abbiamo rivalutato i nostri vicini, i concittadini e i connazionali, gli stranieri che ci hanno teso una mano, continuando a lavorare per noi anche correndo dei rischi, facendoci capire, si spera una volta per tutte, che se loro hanno bisogno di noi, anche noi abbiamo bisogno di loro. Abbiamo capito che per ripartire davvero, se vogliamo ripartire, servono la convinzione e l'impegno di tutti. Soprattutto di fronte alle difficoltà che ci aspettano, che potrebbero essere molto più aspre di quanto immaginiamo.

Dettare le regole per la ripartenza, altre regole, potrebbe avere una qualche utilità, ma potrebbe rivelarsi un freno a mano capace di ostacolare la nostra corsa verso la riconquista del terreno perduto.

Che non è il terreno delle libertà individuali, ma quello delle opportunità di crescita e di sviluppo della nostra economia.

Da quel poco che abbiamo visto in questi ultimi tre mesi, se ci domandassero se ci fidiamo di più dei nostri governanti e dei nostri politici oppure dei nostri imprenditori e dei nostri professionisti, diremmo senza esitare che preferiamo di gran lunga questi ultimi. I professionisti, soprattutto quelli della scienza medica e quelli applicati alla gestione della sanità, perché sono quelli che ci hanno tirato fuori dall'emergenza del covid; gli imprenditori perché saranno quelli che dovranno tirarci fuori da uno stato di crisi senza precedenti e anche dal rischio di finire nel pozzo di una povertà diffusa, anche quella senza precedenti.

E se i cittadini di questa nazione sono arrivati a questo tipo di consapevolezza, pare che molti dei nostri governanti si siano persi per strada, o non ne abbiano percorso un tratto sufficiente. Le misure fin qui adottate a sostegno dell'economia e delle imprese danneggiate e minacciate dall'emergenza del coronavirus hanno troppo spesso il sapore della ricerca dell'effetto mediatico piuttosto che della sostanza. La rivoluzione culturale di cui il Paese ha bisogno, e che la società civile ha già in qualche modo elaborato e fatto propria, è quella che colloca il mondo delle aziende in una sfera diversa da quella di ieri, quella che sosteneva l'immagine di un'imprenditoria rapace e predona, sempre e comunque esposta ad ogni genere di insidia, da quella della corruzione a quella della mafia generalmente intesa. Una imprenditoria che ha sempre bisogno di essere sottoposta al controllo e alla vigilanza di qualcuno, non importa se l'authority di turno o la magistratura.

Uscire da questo modello culturale significa avvicinarsi alla percezione che oggi ciascuno di noi, complice l'emergenza da coronavirus, ha del proprio vicino di casa e del proprio concittadino: gente con cui dividere il presente e con cui costruire il futuro. Se la politica vorrà riacquistare il ruolo che le compete e le spetta, quello di guida dei processi di sviluppo in senso il più lato possibile della nazione, non deve fare altro che aiutare il Paese ad elaborare e salvaguardare lo spirito comunitario e identitario che si è riaffacciato in questi mesi sui nostri territori, e riscrivere il ruolo e le funzioni della burocrazia (il ponte Morandi di Genova insegna).

Favorire questo processo, questa fase senza pregiudizi e senza sospetti, significherà mettere a dimora il nostro futuro. Dobbiamo fidarci gli uni degli altri e metterci reciprocamente nelle condizioni di poter dare il meglio di noi stessi, ognuno per la propria parte, ognuno con la propria competenza, ciascuno con la propria forza, il proprio carattere e la propria onestà, anche intellettuale. Quello che ci aspetta è un'opera immensa e faticosa di ricostruzione, e ricostruire vuol dire scommettere, osare e sognare.

Ecco, lasciamo che le espressioni migliori della nostra società possano fare esattamente questo: scommettere, osare, sognare. Soltanto da qui si può davvero ricominciare.