Una catastrofe. La montagne di fiori recisi sono alte e tristi. Le frese e poi via, un taglio netto che rappresenta una ferita. Per molti è stato un colpo al cuore. Il fiore simbolo di gioia e felicità è quello che ha subito i danni più gravi dall'emergenza del Covid 19. Impossibile fare una stima precisa, alcune aziende offrono dei numeri che sono paurosi. Al macero sono finiti tanti fiori. «I tulipani? Almeno 150mila steli», racconta Vincenzo Malafronte, 45 anni, titolare dell'azienda florovivaistica I Fiori di Sabaudia sulla Litoranea, una azienda di famiglia che da anni opera nel settore del florovivaismo.

La paralisi totale dell'attività, a partire da marzo a ridosso della primavera, ha provocato delle conseguenze pesantissime. «Senza i risparmi di una vita qui avevamo chiuso», racconta lui che dà lavoro a nove persone. Il lavoro è calato di almeno il 50% con gravi ripercussioni per un settore nevralgico che viveva grazie alle cerimonie (dai matrimoni, alle comunioni), ad altri tipi di eventi, si pensi ad esempio agli addobbi floreali in occasioni di congressi o altre manifestazioni. Il bilancio sembra un bollettino di una guerra. «Oltre 30mila steli di iris, 100mila di fresie e poi Pasqua era il periodo delle viole e anche qui sono stati buttati 50mila steli», aggiunge lui mentre ammira i girasoli, un fiore che ora rappresenta una speranza per rimettere tutto il settore in moto. «Lavoriamo al 50% e la ripresa è molto lenta». L'effetto è stato a catena con alcuni vivai che sono stati costretti a buttare anche 30mila piante, ma in alcuni casi molte di più, come racconta la titolare di una azienda che si trova a San Felice Circeo. «Gerani, petunie e margherite sono state gettate purtroppo».