Una delle lezioni che ci arrivano dal periodo di lockdown, è senz'altro quella del ruolo insostituibile delle attività commerciali per rendere viva, frequentabile e attrattiva una città nel suo complesso. Tutti ricordiamo l'immagine spettrale della città completamente vuota e con le serrande tutte abbassate, le vetrine senza illuminazione e il silenzio metafisico al quale non siamo abituati. Una dimensione per certi versi affascinante, ma giusto per qualche attimo, il tempo necessario per riaversi dall'impatto con una dimensione che non ci appartiene e soprattutto che non ci è familiare.

Ci siamo accorti davvero di quale sia, tra le altre, la funzione dei negozi, soltanto quando finalmente hanno riaperto, restituendo alla città il colore, l'energia vitale e anche la dignità urbana che la caratterizzano.
E ancora di più vale la sfida che molti dei negozi che caratterizzano il centro cittadino hanno ingaggiato immediatamente dopo la fine del periodo di lockdown: anziché chiudersi in difesa e piangere sulla disfatta economica subita dai tre mesi di chiusura forzata delle attività, hanno rilanciato investendo per rinnovare le attività e le strutture che le ospitano.

Così, insieme alle troppe vetrine che abbiamo visto rimanere chiuse dopo l'emergenza, abbiamo assistito e stiamo assistendo ai lavori appena ultimati e quelli ancora in corso. Protagonisti diversi degli imprenditori più conosciuti in città, da Pistilli (Susy Store) a Mancinelli, da Barboni (Loft) a Fanella, da Cancellieri a Martellucci (Serpico), insieme a tanti altri in altre zone della città, che non hanno esitato a investire e rischiare malgrado la difficoltà del momento.
Quello che però balza agli occhi, è che di fronte e nei pressi delle attività che si rinnovano, che diversificano e che cercano nuove soluzioni estetiche e commerciali, il contesto urbano è sempre lo stesso, e piuttosto votato all'incuria e all'abbandono: cassonetti sgangherati e maleodoranti; isole ecologiche inutilizzate da anni ma che nessuno rimuove, marciapiedi sconnessi, portici alla mercé dei bisogni canini, ratti che passeggiano indisturbati.

E con chi possono interloquire gli imprenditori che investendo su se stessi lo fanno anche e comunque per rendere più decorosa la parte di città che li ospita?

Che tipo di rapporto hanno con l'amministrazione comunale? Quasi tutti coloro che mettono mano alle proprie vetrine e alle facciate dei negozi, sono interessati anche al decoro di quello c'è in prossimità delle rispettive attività, e spesso si rendono anche disponibili a farsi carico degli oneri per intervenire sostituendosi all'ente pubblico, ma senza ricevere risposte, e quel che è grave, senza che qualcuno cerchi di coinvolgerli in iniziative per la città e all'insegna della sinergia pubblico-privato.

Un tasto, quello della collaborazione tra la pubblica amministrazione e l'imprenditoria privata, molto sensibile dovunque, soprattutto da qualche anno a questa parte, in concomitanza con la forte riduzione delle capacità di spesa degli enti locali. Chi, se non l'imprenditoria sana, può venire in soccorso della progettualità degli amministratori, soprattutto quelli dotati di un minimo di visione e di prospettiva? Buttando un occhio in casa, a Latina, non è difficile immaginare con quale e quanta rapidità una cordata di imprenditori, piuttosto che un consorzio, magari anche misto, potrebbe mettere mano a situazioni come quella del Mercato Annonario, chiuso ormai da anni e cadente, dei capannoni del Consorzio Agrario di via don Minzoni, dei giardini pubblici, e della stessa viabilità nel centro cittadino oppure al Lido. E che dire del sistema dei parcheggi, della loro gestione, del loro ampliamento magari scavando qua e là a ridosso del centro storico, e del potenziamento dell'utilizzo di auto elettriche, biciclette e adesso anche monopattini?

Si può fare davvero la rivoluzione all'interno di una città giocando la partita di una ritrovata fiducia tra il soggetto pubblico e quello privato, oggi distanziati non dalle misure anti covid, ma dal clima di sospetto e diffidenza che in questo paese è venuto a crearsi a causa di un conformismo costruito attorno alla cultura del no a tutti i costi e della dietrologia mafiosa applicata anche alle situazioni più trasparenti, peraltro senza voler considerare che qualsiasi tipo di mafia oggi è in grado di accreditarsi in qualsiasi ministero e in qualsiasi prefettura esibendo credenziali ineccepibili e inattaccabili.

Perché dunque non usare la garanzia che soltanto l'imprenditoria di casa, la migliore ovviamente, è in grado di offrire anche soltanto con lo sguardo diretto e la stretta di mano, perché in grado di esibire in ogni istante una storia fatta di impegno e di successi?
E' dalla pubblica amministrazione che deve partire il segnale, anche chiedendo aiuto laddove serve, soprattutto dopo che per troppo tempo le energie dei privati sono state mortificate e schiacciate all'angolo di un ring dove a combattere ci sono soltanto approssimazione, vista corta e sospetto.