Sono tanti, alcuni unici, quasi tutti inaccessibili. Parliamo degli spazi destinato ad uso pubblico e culturale del Comune, che insieme al patrimonio storico e artistico dovrebbero fare da fiore all'occhiello della città. Oggetto di grande interesse negli ultimi anni da parte dell'amministrazione comunale, i beni culturali, col recupero del teatro romano ormai avviato, gli stanziamenti per la messa in sicurezza di alcune chiese, la recente realizzazione di piazza Domitilla e i lavori di manutenzione e arredo urbano. Meno, la questione degli spazi da destinare alle attività culturali. Un neo di lunga data che non riesce ad essere estirpato, consistente nella sostanziale inaccessibilità di gran parte degli edifici che rientrano nel patrimonio di interesse comune. Trattasi di quegli immobili che dovrebbero essere nella disponibilità della cittadinanza a scopo culturale. Un'analisi articolata di Agenda 21 di cui qui si riportano solo alcuni dati, dice ad esempio che se lo standard di legge prevede che gli «spazi minimi e inderogabili» di interesse comune dovrebbero essere per legge di due metri quadrati per abitante, a Terracina, a causa della sostanziale chiusura e carenza di spazi di questo tipo, siamo allo 0,03 metri quadrati per abitante. Praticamente a zero. Mentre il totale degli spazi disponibili non fruibili è pari a 7500 metri quadrati, pari comunque allo 0,15 metri quadrati per abitante.
Ciò sta a significare una cosa molto chiara: che anche se fossero tutti aperti, gli spazi di interesse comune sarebbero al di sotto degli standard. Figuriamoci in una situazione di sostanziale chiusura.

Una carenza che per una città d'arte, ricca di storia, dedita al turismo, non dovrebbe esistere. Sono chiusi castelli, torri, chiese, ma anche edifici moderni che dovevano essere destinati alla fruizione pubblica e non sono mai stati consegnati. Il centro congressi, il teatro comunale, l'Auditorium, il palazzo Braschi, il mai realizzato polo fieristico, la biblioteca comunale ridotta negli angusti spazi di via Olivetti. In questo modo, si impedisce ai cittadini di frequentare i posti e di frequentarsi. Riducendo la vita sociale all'incontro in strada, in piazza o durante gli acquisti. Mentre invece la cultura favorisce la conoscenza e dunque la formazione di cittadini migliori, più consapevoli e maturi. Di più. Spazi culturali aperti vuol dire anche lavoro ed economia per una città. Ancora i dati Istat dicono che la cultura vale oggi in Italia il 5,5% della ricchezza prodotta, pari a 76 miliardi di euro, e dà lavoro a 1,5 milioni di persone. E che - dati di Agenda 21 rielaborati su dati Istat - dal 1995 al 2015 gli arrivi nelle principali città d'arte italiane sono cresciuti del 114%. E che un euro investito ne porta indietro 1,8. Il corollario necessario, bastevole a suonare la sveglia, è che a Roma si è registrato un +106% di arrivi e a Napoli un +100%. Terracina è nel mezzo.