Nessuno ha utilizzato il termine ma nella sala, inutile nasconderlo, ha aleggiato dall'inizio alla fine. La parola "schiavi", seppur brutale, è quella che più rende l'idea della condizione in cui sono costretti a vivere i braccianti agricoli, soprattutto stranieri di etnia indiana e pachistana, che trascorrono nelle campagne dodici ore al giorno per non arrivare nemmeno a 10 euro di retribuzione. Questa la dura legge imposta dal caporalato nell'Agro Pontino (ma è così in tutta Italia) neanche fossimo nelle piantagioni di cotone della Virginia prima della Guerra di Secessione americana.
E questo è stato il tema, più che mai attuale, del seminario pubblico che si è tenuto ieri mattina nell'auditorium dell'Ente Parco Nazionale del Circeo (di fatto un corso di formazione e aggiornamento anche per i giornalisti) alla presenza del sostituto procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia Cesare Sirignano, del sociologo ed esperto del settore Marco Omizzolo, del presidente della Comunità Indiana del Lazio Gurmukh Singh, del direttore di Confagricoltura Latina e presidente di Fislas Ente Bilaterale per l'agricoltura pontina Mauro D'Arcangeli, del rappresentante Flai Cgil Lazio Giuseppe Cappucci, del rappresentante CNA Agricoltura Stefano Uccella e del segretario dell'Associazione Stampa Romana Lazzaro Pappagallo. Un'occasione - partita con il benvenuto ai presenti del direttore dell'Ente Parco Paolo Cassola - per mettere al centro dell'attenzione la condizione di sfruttamento vissuta dai braccianti agricoli e le iniziative adottate, a vari livelli, per migliorare la condizione dei lavoratori che, sul nostro territorio, sono particolarmente vessati. L'attenzione si è soffermata anche sul ruolo delle mafie - in questo caso le "agromafie" - che continuano ad investire nel settore agricolo e che sono dietro ai "caporali".
Ma nonostante il reato di caporalato sia regolamentato dalla Legge 199 entrata in vigore il 4 novembre 2016 per contrastare lo sfruttamento del lavoro nero e dei braccianti agricoli sottopagati, la strada per eliminare il fenomeno, o almeno per arginarlo, resta ancora lunga come ha confermato Sirignano: «Sì, perché non è solo un problema di legislazione se alla base non c'è anche un recupero di senso civico - ha sottolineato il sostituto procuratore -. Il problema è culturale, sociale, di civiltà. Niente cambierà mai se come cittadini non ci indigniamo e ci facciamo un esame di coscienza davanti a queste ingiustizie che vanno a colpire le persone più vulnerabili. La comunità indiana, però, ci ha già dato un lezione di cosa voglia dire essere una comunità, e non una società individualista come la nostra, al momento di manifestare il proprio dissenso, come avvenuto in occasione dello sciopero generale del 18 aprile 2016 in piazza della Libertà a Latina».
Omizzolo, dal canto suo, ha aggiunto: «Si è partiti dal negazionismo del problema e si è arrivati a una legge, e questo perché un pezzo di politica ha recepito una situazione ormai insostenibile, però c'è ancora troppa indifferenza e questo significa fare il gioco dei padroni. E non è facile denunciare, sia per i lavoratori stessi che per gli operatori dell'informazione, per timore delle conseguenze».