Il caso
09.07.2024 - 09:30
Lunga udienza ieri in Corte di Cassazione per l’ultimo atto del processo Alba pontina dove nei confronti dei componenti del clan Di Silvio, riconducibile ad Armando Di Silvio detto Lallà, viene contestata l’aggravante mafiosa.
La sentenza risale all’ottobre del 2023. Erano state queste le condanne: 20 anni (con una riduzione di 4 anni rispetto al primo grado), per Armando detto «Lallà» Di Silvio, ritenuto il leader del sodalizio di Campo Boario. Condanna a 13 anni e 4 mesi per la moglie Sabina De Rosa, 5 anni per Angela Di Silvio, 1 anno e nove mesi per Giulia Di Silvio, 2 anni e nove mesi per Francesca De Rosa, 3 anni e quattro mesi per Federico Arcieri, 4 anni per Genoveffa Di Silvio, per Tiziano Cesari due anni. Le indagini erano state condotte dalla Squadra Mobile di Latina e coordinate dai pubblici ministeri Luigia Spinelli e Claudio De Lazzaro.
«La fama e il prestigio criminale autonomi dell’associazione emergono in primo luogo - avevano messo in luce i giudici in un passaggio delle motivazioni della Corte d’Appello - dalla circostanza che i singoli affiliati si presentano alle vittime delle estorsioni con nome e cognome ovvero senza alcuna cautela per impedire la loro identificazione ed evocando anche il clan, dimostrando di essere consapevoli della capacità intimidatoria dell’appartenenza alla famiglia Di Silvio e che le vittime non avrebbero denunciato i fatti per paura. L’associazione possiede una solida struttura stanziale sul territorio che si dirama oltre la sede operativa di Campo Boario», avevano aggiunto i giudici. Il collegio difensivo è composto dagli avvocati Angelo e Oreste Palmieri, Cesare Placanica, Luca Giudetti, le parti civili hanno chiesto la conferma delle statuizioni.
Il Comune di Latina è rappresentato dall’avvocato Francesco Cavalcanti e si è costituito parte civile così come la Regione Lazio rappresentata dall’avvocato Carlo D’Amata e l’Associazione Caponnetto assistita dall’avvocato Licia D’Amico. Nelle prossime ore la sentenza.
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