Il fatto
17.01.2026 - 18:00
È rimasto in silenzio, il quarantenne Alessandro Agresti, davanti al giudice per le indagini preliminari Barbara Cortegiano in occasione dell’interrogatorio di garanzia, e lo stesso hanno fatto gli altri tre indagati ritenuti dalla Procura i suoi prestanome nella gestione delle società che alimentavano gli affari con le supercar vendute nell’autosalone VipMotors di via Mameli e gli investimenti nel campo immobiliare.
Perché a parlare per loro saranno i documenti che i difensori, con l’obiettivo di smontare la richiesta di applicazione delle misure cautelari formulata dal pubblico ministero, il sostituto procuratore Giuseppe Miliano, hanno depositato ieri mattina agli atti dell’inchiesta per autoriciclaggio e intestazione fraudolenta di beni. L’ultima parola, in ogni caso, spetta al giudice.
Tutti e quattro gli indagati si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, scegliendo la strategia del silenzio, appunto perché la difesa è sostenuta dalla documentazione prodotta. Prima di tutto gli avvocati hanno fornito le carte relative all’inchiesta analoga che aveva portato una prima volta all’arresto di Alessandro Agresti nell’aprile del 2021, nell’ambito dell’operazione denominata Crazy Cars.
I difensori hanno depositato ieri la richiesta della Procura e il decreto di archiviazione del Tribunale risalente a cinque anni fa, ma anche la richiesta di riapertura delle indagini e il rigetto dell’ottobre del 2022: anche all’epoca il pubblico ministero era Giuseppe Miliano, mentre il giudice per le indagini preliminari era stato Giuseppe Cario.
Inoltre la difesa ha prodotto copia della sentenza di assoluzione per riciclaggio della Ferrari posseduta da Agresti, ma anche le dichiarazioni rese da un teste nel processo che vede il quarantenne imputato per riciclaggio e l’estinzione della pena patteggiata per il caso di estorsione, con il relativo verbale dell’interrogatorio di garanzia, che gli era costato l’arresto nel 2012.
Tra i documenti compare anche la visura camerale della società California Garage nella quale emerge che sia Agresti che la moglie sono soci.
Il principale indiziato, Alessandro Agresti, assistito dagli avvocati Gaetano Marino e Massimo Frisetti, è sospettato di avere fatto ricorso a una serie di prestanome per gestire la rete di società che operavano dietro l’autosalone VipMotors di via Mameli, secondo gli inquirenti per aggirare le eventuali misure di prevenzione patrimoniali, sia in virtù dei suoi precedenti, ma anche per mascherare episodi di autoriciclaggio di somme provento di condotte illecite.
La difesa punta però a dimostrare che Agresti ha già ottenuto un’archiviazione per la medesima accusa che sostiene l’inchiesta odierna, sebbene nel caso precedente il quadro indiziario fosse nullo perché le intercettazioni vennero autorizzate per un reato diverso da quello poi contestato dalla Procura. Al tempo stesso i difensori intendono dimostrare che sussistono i pregiudizi nei confronti di Agresti.
Secondo gli inquirenti invece il quarantenne si sarebbe avvalso della compiacenza del padre Maurizio, assistito dall’avvocato Matteo Salis, della compagna Mery Teresina De Paolis, assistita dagli avvocati Marco Nardecchia e Luigi Angelucci, e di un suo collaboratore, Cristiano Di Nuzzo, difeso dagli avvocati Anna Rita Formicola ed Emanuele Farelli, quest’ultimo titolare dell’autosalone VipMotors, ma solo sulla carta.
Tutti e tre risultano amministratori di diverse società che, stando alle indagini dei carabinieri del Nucleo Investigativo basate su analisi documentali e intercettazioni telefoniche, erano in realtà controllate e gestite quotidianamente da Alessandro Agresti.
Contestualmente alle richieste di applicazione delle misure cautelari, la Procura aveva chiesto e ha ottenuto il sequestro preventivo dell’intero patrimonio riconducibile al quarantenne imprenditore specializzato nella compravendita di auto di lusso e fuoriserie, vale a dire 19 immobili, 8 società e quasi un centinaio di veicoli per un valore che si aggira attorno ai nove milioni di euro.
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