L'intervista
15.02.2026 - 16:34
E’ nata ad Avellino, ha scelto Latina per vivere e lavorare «perché questa città mi ha dato e continua a darmi tante possibilità, il mio studio è qui, anche se molto tempo lo impiego tra Roma e Milano». Lei è la dottoressa Gabriella Marano, psicologa clinica e forense, e criminologa. Da sempre animata da una curiosità spassionata, che l’ha portata a laurearsi in Archeologia «da bambina amavo scavare nel terreno, spinta dal desiderio di trovare sempre qualcosa, sono diventata archeologa coltivando sempre la mia passione che poi è diventata un lavoro facendo attività di scavo». Poi una nuova passione, per la psicologia clinica, culminata nella seconda laurea.
Oggi è un’affermata criminologa, e si occupa non solo di violenza di genere, ma anche di bullismo, cyberbullismo, mobbing, omicidi, suicidi, violenze sui minori, abusi sessuali e scomparse. Si è occupata di tanti casi di cronaca, i più celebri del nostro Paese, ultimo in ordine di tempo il femminicidio di Anguillara.
La dottoressa Marano è la consulente del padre di Federica Torzullo, la donna uccisa dal marito Agostino Carlomagno.
«Il caso rientra nella categoria dei femminicidi compiuti da chi non accetta la separazione e non vuole farsene una ragione: Federica è stata uccisa tra l’8 e il 9 gennaio, alle 14.30 sarebbe dovuta partire per andare in Basilicata, al suo ritorno si sarebbe separata: la data fissata era il 12 gennaio. Carlomagno la sera dell’8 avrebbe compiuto l’ultimo tentativo di riconciliazione e, dopo il definitivo no, le ha tolto la vita».
Provocando poi una tragedia nella tragedia: il suicidio dei genitori (dell’assassino)…
«Non hanno retto la pressione. Dall’ordinanza risulta che il padre dell’assassino per 9 minuti, la mattina del 9 gennaio, si trovava all’esterno della casa del figlio; e alle 14.12 quando Agostino Carlomango rientra in casa, con lui c’è un’altra persona non ancora identificata. I media hanno paventato la possibilità che il padre fosse quantomeno al corrente dell’accaduto, scatenando la gogna social».
In ambito pontino, la dottoressa Marano ha seguito - tra gli altri - il duplice omicidio di Cisterna, dove Cristian Sodano ha ucciso madre e sorella della sua ex fidanzata...
«Questa è un’altra tipologia di reato, rientra nella categoria dei femminicidi “indiretti” o “in vita”. Il senso del gesto è quello di procurare alla persona che si vuole colpire, in questo caso la sua ex fidanzata, un dolore perenne e un incolmabile senso di colpa. Sodano ha ucciso la mamma e la sorella, risparmiando lei, volutamente. Lo dimostra anche quello che scrisse in un messaggio antecedente alla tragedia, inviato alla ex fidanzata, “devi soffrire quanto ho sofferto io. Ti farò tanto male, fosse l’ultima cosa che faccio”, il riferimento è alla propria vita: lui rimase orfano di entrambi i genitori».
In ambito nazionale la dottoressa Marano è stata anche la psicologa del padre di Giulia Cecchettin, uccisa nel 2023 dall’ex fidanzato...
«Filippo Turetta ha mostrato tratti di personalità immatura, disfunzionale, narcisistica e ossessiva. Un ragazzo insicuro, egocentrico, assolutamente privo di empatia. Il disagio psichico c’è ma aveva comunque una vita sociale sufficientemente adeguata, senza problematiche. Giulia era stata la sua prima fidanzata, con lei stava vivendo un sogno ad occhi aperti e non ha accettato il distacco. Lui, come gli altri che si rendono protagonisti di tali barbarie, sono individui che non accettano i no, le retromarce, gli abbandoni. Filippo Turetta, in aula, alla domanda dell’avvocato perché ha ucciso Giulia risponde “perché lei non voleva più stare con me”. Il ragionamento è: se soffro io, devi soffrire tu...».
Che tipo di personalità ha chi arriva a compiere gesti del genere?
«Sono soggetti con una personalità disfunzionale, con una personalità immatura con una matrice narcisistica. Ma il loro più grande deficit è la mancanza di empatia».
Prima di compiere un femminicidio queste persone non lanciano segnali? C’è il modo di prevenire?
«I segnali di rischio esistono, ma bisogna saperli riconoscere. Anche senza forme di violenza verbale o fisica, si può essere in una situazione a rischio. La volontà di voler sapere tutto della vita dell’altro limitandone la libertà, imponendo il proprio possesso, sono segnali di rischio. “Mandami la posizione”, “dimmi dove sei”, “dimmi con chi sei”, “lì non puoi andare” e frasi simili vanno considerate con la massima attenzione».
C’è un momento in cui sarebbe bene denunciare?
«Andrebbe fatto subito. Ma nella maggior parte dei casi le donne non hanno la forza di farlo. Nei casi dei maltrattamenti, ad esempio, spesso si tratta di donne che non hanno una propria indipendenza economica, e vengono fermate dal timore di non sapere poi dove andare o casa fare, e come poter mantenere i propri figli. In tutti questi casi familiari e amici possono essere determinanti».
Determinante lo è sicuramente La Scuola di Atene, l’associazione fondata nel 2021 a Latina, che in cinque anni è stata capace di raggiungere con nuove sedi tutto il territorio nazionale...
«Il nostro obiettivo è quello di utilizzare la cultura come strumento di prevenzione e anche di terapia nei vari settori della vita sociale e quotidiana, offrendo supporto legale e psicologico a famiglie fragili e vittime di violenza, creando opportunità, ascolto e crescita per le persone. E non solo donne si rivolgono a noi».
Anche gli uomini chiedono aiuto?
«Certo, anche gli uomini sono vittime di stalking: per lo più si tratta di persone che, dopo la separazione, vengono colpiti dalle ex che usano i figli come mezzo per punire l’altro: per loro questo rappresenta una forma di vendetta per la fine della relazione. Naturalmente in questi casi ad avere la peggio sono proprio i minori».
Cosa rappresenta il “protocollo “Themis”, sancito nel 2025 con la Questura di Latina?
«Prende il nome dalla dea greca della giustizia, è un modello d’azione innovativo, che amplia l’efficacia dello strumento di natura amministrativa dell’Ammonimento del Questore destinato ai responsabili delle condotte delittuose di violenza domestica o per stalking, un’intesa in materia di atti persecutori e maltrattamenti che ha lo scopo di intercettare le condotte a rischio. Si prefigge l’obiettivo di agire per prevenire tutte le forme di violenza, anche attraverso percorsi di supporto per le persone che maltrattano e abusano».
Ci tolga una curiosità, quando le chiedevano “cosa vuoi fare da grande”, cosa rispondeva?
«Fino ad una certa età pensavo a scavare col desiderio di trovare qualcosa di nuovo e interessante, infatti la mia prima laurea è in Archeologia. In seguito la mia curiosità si è rivolta alla mente e a tutto quello che le appartiene, in tv guardavo “Chi l’ha visto” e “Un giorno in Pretura”, insieme a mio padre, i processi mi appassionavano... E il naturale percorso di vita, mi ha permesso di passare dall’altra parte dello schermo».
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