L'intervista
15.03.2026 - 13:00
Sogno e inferno, rosso e nero. Contrasti che quasi si toccano, punti estremi come in «Favole da incubo», dove c’è tutto: la manipolazione affettiva, le radici della violenza, stereotipi. La firma è della criminologa e psicologa Roberta Bruzzone, volto noto e apprezzato dal grande pubblico, protagonista assoluta di uno degli eventi più attesi, organizzato da Gianluca Cassandra per Opera Eventi. L’appuntamento è per oggi pomeriggio al Teatro Europa di Aprilia, a partire dalle 17,30. Quando si parla di cronaca, di fatti di nera, il nome che viene in mente è il suo, da sempre in prima linea per combattere la violenza sulle donne.
Lei sarà sul palco con “Favole da incubo”, che tipo di viaggio é?
E’ un viaggio interessante, a tratti struggente che entra direttamente nella manipolazione affettiva che poi porta alla deriva peggiore e quindi al femminicidio».
La scelta del nome dello spettacolo non è casuale, è un contrasto: l’incubo un’immagine negativa, la favola un’immagine bellissima.
«Favole da incubo segna una traiettoria precisa, le storie iniziano come favole meravigliose, governate però da soggetti manipolatori, la parte iniziale è sovrabbondante di stimoli, la favola nella sua accezione delle aspettative più ampie nasconde sempre delle insidie, nello spettacolo ricostruisco questa traiettoria cercando di svelare come si riconosce».
E come si riconosce?
«Facendo attenzione ad alcuni passaggi, a partire dall’inizio della relazione e dalla idealizzazione».
Perché la scelta del teatro e perchè salire sul palco?
«Nasce dall’idea di potenziare il messaggio creando in questo modo un contenitore mirato, c’è la musica che accompagna il racconto in modo che possa diventare un’esperienza immersiva».
Quali sono gli indicatori della manipolazione?
«Ci sono degli aspetti chiave, a partire da come funziona la parte iniziale di una relazione, quando ti viene chiesto di abbandonare tutta una parte della tua vita e di annullarti, nella fase iniziale è tutto così abbagliante, è difficile rendersi conto. Alla fine il prezzo da pagare è molto alto».
E lei svela come funziona la mente dei manipolatori.
«Ci sono aspetti che vanno osservati e una delle matrici è quella del controllo costante ed è la fase iniziale: è tutto bellissimo, incalzante, quasi troppo, diventa un marchio di fabbrica. E’ così tutto avvolgente che poi diventa travolgente».
Quanto ancora sono radicati certi stereotipi nella nostra cultura?
«Moltissimo, sono ancora tanto radicati e stiamo tornando indietro nel tempo, certi stereotipi si sono radicalizzati addirittura più di quanto accadesse nella nostra generazione. E sa qual è l’aspetto preoccupante? E’ che il 50% della gente è convinta che ci stiamo dando troppo da fare per la parità».
Il suo è un viaggio nella mente dei manipolatori
«Certo, il mio obiettivo è creare consapevolezza, una relazione tossica è una relazione tossica per tutti, uomini e donne e qui non c’è un copyright di genere, la strada maestra per salvare le persone è questa: la consapevolezza che diventa un’arma per sapersi tutelare e difendersi».
Il cambiamento culturale da dove deve partire?
«Deve partire prima di tutto dalla creazione di modelli alternativi e smettere di veicolare messaggi che un uomo debba decidere su quello che deve indossare una donna. Penso a Carlo Conti, che al Festival di Sanremo aveva fatto un commento sui jeans di una ballerina e ha detto alla moglie “quel modello non lo comprare”, penso a quello che ha detto ed è una frase figlia di una impostazione, è un attestato di controllo, anche se è una battuta».
Lei è sempre stata capace di leggere le fragilità umane, in questo momento storico quali sono?
«L’invidia e la gestione della frustrazione».
Riesce ad entrare dentro i fatti, in grande profondità, da dove nasce questa capacità?
«Dal mio codice genetico, ho una intelligenza vivace e sono determinata. Dipende da questo: o le hai queste caratteristiche o non le hai».
Lei ha detto a proposito di amore che ogni persona prima di tutto ha il dovere di risolversi e l’altro non può diventare un rifugio.
«Certo. E’ così, confermo pienamente, non posso stare con qualcuno che risolva i miei problemi, soprattutto dovrebbe risolverli prima di fare il genitore. Sarebbe questo il primo passo, altrimenti ci ritroviamo con ragazzi che sono figli di genitori inadeguati e irrisolti».
E a proposito di stereotipi, nei giorni scorsi a Latina è stato affisso uno striscione sul patriarcato in occasione della Giornata Internazionale della Donna, la notizia ha fatto il giro d’Italia, ha visto?
«Si ho visto e certe cose non mi sorprendono. Ancora oggi gli uomini si sentono in dovere di controllare anche su come una donna si deve vestire. Non mi sorprende affatto questo tipo di condizione, è ancora molto diffusa. Ci sono quelli che controllano in modo plateale e quelli invece che mascherano il controllo. Ricordiamoci che siamo in una società dove ci sono persone che continuano a dire che esistono dei giochi per maschi e per femmine».
Senta, del caso Garlasco di cui si parla, lei ha detto che... (interviene)
«Aspetti, le dico subito una cosa su Garlasco, che non rispondo. Anzi mi avvalgo della facoltà di non rispondere...».
E allora utilizzando un termine giudiziario, visto che si avvale della facoltà di non rispondere, tralasciando gli aspetti investigativi, sotto il profilo mediatico, secondo lei come mai ha tutto questo risalto? Nei giorni scorsi si continuava a parlare del caso di Garlasco in prima serata nonostante la guerra in Iran.
«E’ una matrice complottistica che ha sollecitato la fantasia di altri soggetti, hanno trovato un argomento di distrazione di massa e non è escluso che ci sia una lettura politica, una volta era il Covid, ora c’è questo».
Oggi lo spettacolo, un viaggio che parte dalla presa di coscienza, il primo passo per sradicare schemi, stereotipi e dare un segnale contro l’escalation di violenza.
Saranno due ore di appassionato racconto che darà voce a storie vere su cui riflettere e da cui ripartire per un nuovo viaggio, più consapevole per tutti.
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