Nessuna revisione alla sentenza d'Appello. Il risarcimento disposto in primo grado e confermato in secondo nei confronti della madre e della sorella della vittima resta complessivamente di 268mila euro. Si tratta del ristoro dei danni subiti per la perdita del giovane familiare, morto dopo un'agonia di tre giorni a causa delle ferite riportate dopo l'investimento da parte di un motoscafo nelle acque di San Felice, dove stava facendo pesca subacquea. La cifra è stata ritenuta insufficiente dai familiari, che per questo motivo hanno deciso di ricorrere per cassazione. Secondo loro, infatti, i giudici d'Appello non avrebbero tenuto debitamente conto di alcuni aspetti.
Il giovane, si diceva, ha perso la vita mentre era impegnato nell'attività di pesca subacquea. È stato travolto da un motoscafo ed è morto dopo tre giorni di agonia. Inutili purtroppo le due delicate operazioni chirurgiche cui è stato sottoposto. A essere citati in giudizio, il conducente dell'imbarcazione e anche la compagnia assicurativa. Il responsabile e l'assicurazione sono stati condannati in primo e in secondo grado a pagare, in solido fra loro, 184.407 euro nei confronti della madre della vittima e 84.407 euro (oltre accessori) nei confronti della sorella.
I familiari, come accennato, hanno deciso di proporre ricorso per cassazione e mercoledì è stata depositata la sentenza della terza sezione civile (presidente Angelo Spirito). Le motivazioni a supporto dell'impugnazione sono state respinte, anche per il fatto che i giudici di terzo grado non possono pronunciarsi nel merito della vicenda, ma solo sugli aspetti di legittimità. Secondo i ricorrenti, tra le altre cose, non si sarebbe tenuto conto delle conseguenze dell'evento delittuoso, che ha causato un danno biologico permanente del 15 per cento a uno dei familiari. La tesi della parte attrice è stata però respinta.
In un'altra censura è stato lamentato invece il mancato risarcimento alle ricorrenti del «danno non patrimoniale derivante da perdita della vita» della vittima «in conseguenza della sua morte dovuta a fatto e colpa esclusivi del convenuto». Le ricorrenti hanno evidenziato che il diritto alla vita ha trovato «esplicita tutela nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea» e sarebbe cosa ben diversa dal danno biologico terminale e dal danno morale catastrofale e per questo dovrebbe essere ristorato. «Il motivo - dice la Cassazione - è infondato». «La perdita del bene della vita - questa la motivazione -, per il definitivo venir meno del soggetto, non può tradursi nel contestuale acquisto al patrimonio della vittima di un corrispondente diritto al risarcimento trasferibile agli eredi». Il ricorso è stato dunque respinto.