Era una notte d'inverno, quella tra il 21 e il 22 dicembre 2004: avevo da poco preso la patente e tornavo dalla festa organizzata da noi rappresentanti d'Istituto del "mio" Liceo, l'Innocenzo XII di Anzio, in un locale della zona. Alle 3.30 di notte con gli amici dell'epoca decidemmo di andare a fare colazione al "Bar del Porto" di Anzio, l'unico (forse) che era aperto h24 in quegli anni. Dopo caffè e cornetto, risalii sulla Fiat Stilo di mio padre e incominciai a percorrere le strade di Anzio per tornare a Nettuno. E prima di rientrare a casa volli fare un giretto in piazza Mazzini e sul lungomare nettunese: nei tre chilometri percorsi vidi solo una Gazzella dei carabinieri e un paio di persone che uscivano da casa per andare al lavoro. Mi fermai e respirai quell'aria un po' fredda con gioia: le luci di Natale riscaldavano l'atmosfera e nella mente mi risuonavano le note di "Tutta mia la città" dell'Equipe 84. Mi sentivo, come tutti i diciottenni - penso -, il padrone del mondo. E quel "deserto" sembrava rafforzare quella sensazione, conscio che dopo qualche ora la vita avrebbe iniziato a far pulsare i cuori della "mia" Nettuno e di Anzio.

Ieri sera, però, la sensazione era diversa: c'ero ancora io, a 33 anni ormai oltrepassati, con una bimba e una moglie in casa ad aspettarmi e la voglia di raccontare, da giornalista, quello che vivono le città con l'emergenza Coronavirus. E le due città vivono il nulla. Questo soprattutto di sera: già dalle 18, quando il sole ancora illumina le strade e i negozi iniziano a chiudere i battenti, le persone in giro diventano sempre di meno. Alle 19, poi, passa un'auto ogni tanto e alle 20 sembra il coprifuoco. Più si va avanti con l'orario e meno macchine circolano: si vedono solo mezzi delle forze dell'ordine e ambulanze pronte a intervenire.

Anche di giorno, purtroppo, la sensazione non è migliore: il traffico nel centro di Nettuno in quello di Anzio è ormai un ricordo. Si muove davvero soltanto chi deve fare la spesa, ha bisogno del medico, deve assistere un parente in difficoltà o badare a un nipotino, oppure deve andare al lavoro. Per il resto regna il nulla, accompagnato da uno spettrale silenzio.

Un deserto e un silenzio che, poco più di 15 anni fa, mi lasciavano vivere sensazioni di incredibile bellezza, mentre oggi, con un'emergenza che dalla distruzione della guerra nel 1944 Nettuno e Anzio non avevano mai più vissuto, mi rendono un po' malinconico e mi ricordano, al contempo, che bisogna lottare e resistere per sconfiggere quel nemico subdolo chiamato Coronavirus.

Solo così potrò - e potremo - tornare a gioire e a godere del silenzio e del deserto, ovviamente notturno, nelle nostre città.