L'intervista
10.04.2026 - 11:00
Il 30 aprile alle ore 21, il Teatro D'Annunzio ospita “Todo Cambia”, il nuovo spettacolo di Luca Lombardo. Un viaggio tra illusionismo, teatro fisico e narrazione emotiva, in cui trasformazione e identità si intrecciano in un racconto intenso e sorprendente. Dopo il successo di Poubelle, Lombardo torna in scena con uno spettacolo che esplora il cambiamento come condizione inevitabile dell’esistenza, alternando momenti di leggerezza e poesia a riflessioni più profonde e intime.
Dopo il successo di Poubelle, cosa l’ ha spinta a creare “Todo Cambia”?
«Dopo Poubelle sentivo di aver raccontato bene un certo tipo di mondo: quello del sogno dell’infanzia, ma anche il suo lato più poetico e malinconico. A un certo punto, però, ho sentito l’esigenza di raccontare non solo il bambino sognante che è dentro di noi, ma anche l’adulto nevrotico che deve continuamente cambiare per stare al passo con una società piena di contraddizioni. ‘Todo Cambia’ nasce proprio da lì: dal bisogno di non nascondermi dietro la trasformazione, ma di usarla per raccontare qualcosa di più autentico».
È stato difficile bilanciare spettacolarità e profondità emotiva?
«Credo che, quando sei sincero sul palco, non sia mai davvero difficile bilanciare le cose. La spettacolarità ti protegge, ti fa ammirare dal pubblico e ti dà una certa sicurezza; la profondità e la fragilità, invece, ti espongono. La vera sfida è stata non usare la magia per distrarre, ma per accompagnare un racconto emotivo. Quando il pubblico ride e subito dopo si ritrova in silenzio, capisco che il bilanciamento sta funzionando».
Il titolo suggerisce un messaggio universale: cosa significa per lei il cambiamento?
«Per me il cambiamento è inevitabile, ma non sempre è comodo. Ci piace dire ‘tutto cambia’, ma in realtà vorremmo che le cose restassero uguali, perché ci rassicura. Io vivo di cambiamento, è il mio lavoro… ma la vera domanda è: sono capace di cambiare davvero? Lo spettacolo nasce proprio da questo interrogativo, che non ha una risposta definitiva. E poi c’è anche un gioco: la durata dello spettacolo cambia ogni sera, un’ulteriore trovata per dare valore al mutamento».
C’è un momento dello spettacolo che sente particolarmente vicino a lei?
«Sì, il monologo finale. Lì non c’è più nessun personaggio a proteggermi. Rimane solo l’idea che ognuno di noi, anche quando sembra perso, sta attraversando qualcosa che lo sta trasformando. E che forse non dobbiamo essere sempre felici, ma avere il coraggio di essere veri».
Cosa vorrebbe che il pubblico portasse con sé uscendo dallo spettacolo?
«Il mio intento è di far dimenticare tutto: i cambi fulminei, le magie e le risate. Vorrei che il pubblico uscisse meravigliato, con la sensazione di aver vissuto qualcosa e con il coraggio di cambiare qualcosa che non gli piace della propria vita».
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