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Il fatto

Anzio, maxi confisca da 37 milioni dopo sentenza definitiva

Inchiesta che aveva coinvolto oltre 40 persone indagate a vario titolo per associazione a delinquere, frode fiscale, emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti

La Finanza ricorda il capitano Tomasi

I Finanzieri del Comando Provinciale di Roma hanno dato esecuzione a un decreto emesso dalla Corte di Appello di Roma, in attuazione di una sentenza definitiva della Corte di Cassazione, che dispone la confisca di disponibilità finanziarie, partecipazioni societarie, aziende, beni mobili e immobili per un valore complessivo di circa 37 milioni di euro. Il provvedimento riguarda due soggetti di Anzio (Roma), condannati a pene detentive superiori ai quattro anni di reclusione.

La misura rappresenta l’epilogo di una complessa indagine condotta dalle fiamme gialle della Compagnia di Nettuno, che aveva coinvolto oltre 40 persone indagate a vario titolo per associazione a delinquere, frode fiscale, emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, indebita compensazione di crediti d’imposta, riciclaggio e autoriciclaggio.

Le investigazioni hanno permesso di ricostruire l’attività di una organizzazione criminale radicata sul litorale romano, che faceva affidamento su professionisti compiacenti e prestanome per gestire un articolato sistema di frode fiscale.

In una prima fase, il gruppo aveva costituito società di capitali e cooperative con sede ad Anzio, Nettuno e Roma, formalmente intestate a terzi, dove risultavano assunti oltre mille lavoratori impiegati nel settore della logistica in tutta Italia. Per questi dipendenti venivano sistematicamente omessi i versamenti contributivi e previdenziali.

Parallelamente, attraverso società di fatto inesistenti, venivano creati falsi crediti IVA e crediti d’imposta per ricerca e sviluppo mediante la presentazione di dichiarazioni fiscali basate su operazioni fittizie. I crediti, in parte utilizzati direttamente, venivano poi ceduti su scala nazionale tramite l’accollo tributario e l’uso di false asseverazioni.

Dalle indagini è emerso che i proventi illeciti derivanti dalle frodi venivano reinvestiti in autovetture di pregio, orologi di lusso, ville, immobili residenziali e partecipazioni societarie, intestati a soggetti terzi per occultarne la provenienza.

Con la pronuncia definitiva della Corte di Cassazione, il procedimento si è concluso con la condanna dei due principali responsabili e la confisca del profitto dei reati, per un totale di 37 milioni di euro.

L’operazione rappresenta una nuova conferma dell’impegno della Guardia di Finanza nel contrasto alle frode fiscali più gravi, fenomeni che — si sottolinea — alterano la concorrenza, ostacolano la crescita economica e minano la fiducia tra Stato e cittadini.

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