Il silenzio di quei giorni scivolava tra il bollettino diffuso ogni pomeriggio dalla Protezione Civile, il picco, le mascherine, le distanze obbligatorie. Una parola cancellata: normalità. Il Covid esattamente cinque anni fa l’aveva rimossa. E’ un pomeriggio di marzo quando Valentino Vidali, sposato e padre di famiglia, non si sente bene. La sua vita cambia, finisce in bilico.
Diventa il paziente numero 1 a Latina. Resta in coma per settanta giorni, la situazione per settimane sembra stazionaria, non si muove, poi lui si riprende, torna a casa. E’ un miracolo e inizia la terapia. Ci vogliono altri giorni, altri mesi.
Adesso sono trascorsi cinque anni da quando il Covid ha cambiato la vita delle persone. C’è stato un prima e c’è stato un dopo. Questa è la storia di Valentino, un uomo più forte del Covid, ha imparato l’arte di ripartire, anzi rinascere. Valentino come sta? «Sto abbastanza bene. E’ chiaro che le cose non sono più come prima. La vita non è più normale come prima che arrivasse il Covid e questo significa che devo fare attenzione: non posso camminare tanto, mi affatico, i piedi si addormentano facilmente come adesso mentre sto parlando con lei, anche la mattina quando mi sveglio sono addormentati». Se le dico la parola Covid cosa le viene in mente? «Eh (sospira e dopo una pausa di qualche secondo si commuove). E’ stata dura, anzi durissima, un inferno. Ora sono qui insieme alla mia famiglia e le sto raccontando che mi sono salvato. Sì, mi sento un miracolato e sono stato più forte del Covid. Devo ringraziare tutti: mia moglie, i miei figli, i miei fratelli, i cugini, gli amici, i medici e gli infermieri». Che ricordi ha? «In quel momento quando ero in coma ricordo che sognavo sempre di tornare a casa e sognavo la mia famiglia. Sono entrato in ospedale il 3 marzo del 2020 e sono tornato a casa il 24 luglio dopo oltre quattro mesi. Sono stato per 70 giorni in coma allo Spallanzani a Roma». La normalità non è più come prima? «Come ripeto ho ripreso a vivere ma non è più come prima del Covid. Sono rimasti alcuni strascichi che mi porto dietro, sto bene comunque e questo è già importante, anzi fondamentale». Cosa le dicono i medici? «Sono contenti anche loro e mi vedono bene». Le dicono che è un miracolato? «Guardi me lo dico da solo e in grande sincerità le dico con tutto il cuore che evidentemente non c’era posto per me nell’altra vita». E’ stato in coma, immobile, poi la luce e la ripresa. Quanto è stato difficile? «Molto. Ci sono voluti quattro anni per recuperare quasi tutto ma non sono ancora al 100%. Mi affatico a camminare e mi devo riposare, non posso fare sforzi, non posso fare più di due piani a piedi». Dopo il Covid c’è stato il rientro a casa ed è iniziata una nuova vita, sono arrivate anche belle notizie. «Per prima cosa ho festeggiato il mio compleanno appena rientrato a casa, a settembre del 2020, poi ho festeggiato i miei 60 anni a settembre del 2025. Già prima a casa festeggiavamo, adesso invece, proprio per quello che noi tutti abbiamo vissuto, ancora di più. Sono arrivate delle bellissime notizie. Un figlio si è laureato in Fisica, l’altro figlio ha ottenuto un contratto a tempo indeterminato, due grandi soddisfazioni. Il Covid è una malattia che non auguro a nessuno». Lei è stato il paziente 1. Ricorderà la sua foto in ambulanza mentre viene portato in ospedale. «L’ho vista, certo, fui il primo paziente Covid a Latina e il secondo in tutta la provincia. Non ricordo niente di quei momenti, l’ultima immagine che ho di quelle ore è una: io che sono a casa e respiro a fatica, di solito non mi lamento mai, mi sento strano e poi ricordo bene mia moglie che chiama il medico e mi portano in ospedale in ambulanza, sono al Pronto Soccorso, guardo mia moglie e le lascio gli effetti personali: la fede e una catenina e poi basta, zero, non ricordo più niente». La sua famiglia le è stata molto vicino in questo percorso iniziato cinque anni fa. «Sì la ringrazio e anche tante persone qui a Borgo Podgora dove vivo mi sono state vicino, i primi tempi che uscivo mi fermavano tutti per chiedermi come stavo». A chi deve dire grazie poi? «Ai medici e agli infermieri dello Spallanzani, al personale dell’Icot e chi ha avuto cura di me, sono stati tutti bravissimi». In un’ intervista sul nostro giornale appena rientrato a casa aveva detto che non muoveva bene le mani, adesso come sta? «Le mani le muovo bene, pensi che non riuscivo neanche a scrivere e invece adesso ci riesco. Quando sono arrivato all’Icot ho fatto la riabilitazione e non è stato facile». Sembra sia passato tantissimo tempo e invece sono trascorsi cinque anni. «Adesso non si parla più del Covid, sono cambiate molte cose ma quando sentivo dire qualche tempo fa che non era una cosa seria rispondevo e dicevo “Ti farei vivere quello che ho passato io”. Posso dire di aver visto l’inferno». La vita di Valentino è fatta di piccoli e grandi successi: la consapevolezza di aver vinto la sfida più insidiosa, la famiglia, le gioie dei figli. Ma anche le cose più semplici che prima non riusciva più a fare: «Impugnare una forchetta, mangiare, scrivere». Quando era stato trasferito dallo Spallanzani all’Icot il primo giugno del 2020 era immobile. E’ un grande successo per un uomo che è riuscito a vincere e trasformare la sofferenza in una nuova ricchezza. La vita è un dono prezioso che lui ha difeso e custodito e gli permette di apprezzare anche il lusso della quotidianità.