Il fatto
31.03.2026 - 12:30
E' appena uscito dalla giunta Franco Addonizio e decide di togliersi qualche sassolino dalla scarpa proprio sul regolamento del piano antenne, che pure è stato votato favorevolmente dal suo gruppo in aula. Quel piano oggetto di una querelle estiva e di polemiche che si sono trascinate fino a poche settimane fa con il presidente Porzi e con la commissione.
Addonizio scrive che è “Uno strumento che il Comune attendeva da anni e che rappresenta finalmente un passo avanti verso una gestione più ordinata, trasparente e consapevole delle infrastrutture di telecomunicazione”. Ma c'è un grande 'ma' fatto di diverse contestazioni che l'ex assessore mette nero su bianco.
“Non si può ignorare il percorso che ha portato a questo risultato. Il regolamento avrebbe potuto essere approvato molto prima e con maggiore coerenza. La Commissione ha invece scelto di accantonare il lavoro degli uffici per tornare al vecchio impianto, inseguendo un consenso unanime che si è rivelato fragile e, nei fatti, inesistente. Più che una valutazione tecnica, è sembrata una scelta politica dettata dalla volontà di assecondare alcune posizioni emerse in Commissione. Il risultato è stato un inutile allungamento dei tempi e un percorso poco lineare, che alla fine ha riportato sostanzialmente a un testo elaborato dagli uffici, simile a quello di due anni fa, con modifiche marginali e due integrazioni che continuano a sollevare forti perplessità. In particolare, desta dubbi la previsione secondo cui non saranno autorizzati impianti non previsti nei Piani di rete. Una scelta di questo tipo rischia di entrare in contrasto con la normativa nazionale, che non consente ai Comuni di subordinare le autorizzazioni a strumenti pianificatori locali. La giurisprudenza è chiara: i piani comunali possono orientare e programmare, ma non impedire la realizzazione delle infrastrutture necessarie alla copertura del servizio. Altrettanto delicata è la previsione di criteri localizzativi molto restrittivi, come il raggio di 600 metri dai cosiddetti siti sensibili. È giusto individuare criteri di tutela, ma quando questi diventano generalizzati e rigidi rischiano di trasformarsi, nei fatti, in divieti mascherati. Anche su questo punto la giurisprudenza amministrativa è netta: i Comuni non possono introdurre limiti che impediscano di fatto la realizzazione della rete. Poi Addonizio spiega che Ii principio della minimizzazione dell’esposizione è condivisibile, ma va applicato con equilibrio per non ostacolare lo sviluppo delle infrastrutture digitali, tutelate a livello nazionale. Inoltre, il regolamento non è retroattivo: non prevede la rimozione degli impianti esistenti e, anche se fosse stato in vigore prima, difficilmente avrebbe impedito interventi già realizzati.
“Per questo è importante non alimentare aspettative che non possono essere soddisfatte. Penso ai cittadini che hanno seguito i lavori delle Commissioni, come quelli di via Fiuggi. A loro va detto con chiarezza che questo regolamento, pur utile, non è lo strumento per rimuovere impianti già autorizzati, né avrebbe impedito l’installazione di quell’impianto.
La credibilità delle istituzioni si fonda soprattutto su questo: dire la verità, senza scorciatoie. Il consenso non si costruisce promettendo ciò che non è giuridicamente possibile, ma con trasparenza e coerenza”. Per Addonizio bisogna avere il coraggio di correggerlo, per renderlo pienamente conforme alla legge e realmente efficace. “L’obiettivo deve essere chiaro e non negoziabile: tutelare la salute e il territorio senza bloccare lo sviluppo delle infrastrutture digitali. Tutto il resto rischia di essere solo propaganda”. Ieri il consigliere del Gruppo Noi Moderati Emiliano Licata ha invece definito il «regolamento necessario perché fornisce un quadro certo, con aspetti positivi come piano di rete, catasto e trasparenza».
Edizione digitale
I più recenti
Ultime dalla sezione