Non sarà facile per l'intero Paese Italia, per venti lunghi anni sottoposto al regime fascista, adeguarsi ad una norma che vieti l'utilizzo di immagini e oggetti che richiamano quel difficile periodo storico politico. Per Latina, nata allora, sarebbe addirittura un'impresa. Per noi che abbiamo la redazione proprio di fronte Palazzo Emme, lettera che richiama il cognome del Duce, si renderebbe necessario un trasloco. E non potremo più regalare ai nostri lettori le cartoline con le immagini degli anni di fondazione, perché di qualunque cosa si tratti, e comunque si tratta della nostra storia, in qualche angolo spunta sempre un segno che rimanda al regime o un braccio levato per il saluto romano.

Se ne potrà fare a meno? Certamente sì, ma quello di cui non si può fare a meno è la libertà di pensiero e di opinione, che di qualcosa, necessariamente, si nutre, anche quando si tratti di pensieri ed opinioni discutibili o addirittura censurabili.
Essere nati a Latina, o a Littoria per quelli che hanno più di 72 anni, e viverci, non può essere una colpa, e non s'è mai sentito di qualcuno che abbia accusato malori per avere alzato lo sguardo verso i cornicioni della scuola di Piazza Dante dove i fregi rimandano allo slogan «libro e moschetto, balilla perfetto», o per essersi trovato di fronte alla Casa del Combattente o all'Opera Balilla. Siamo cresciuti attorno a questi reperti anche nutrendo convinzioni molto distanti da quelle propagandate dalla simbologia fascista. Non siamo soltanto la città di Ajmone Finestra e di Tommaso Stabile, ma anche quella di Angelo Tomassini e Vincenzo Granato, di Luigi Marafini e Luigi Piccaro, di Ferdinando Bassoli e Ignazio Cervone e Guido Bernardi. E nessun busto, nessun fregio superstite e nessuna immagine «compromessa» ha mai impedito a questa città di crescere e seguire la propria strada, fino a portarci all'ultima esperienza del civismo colettiano. E proprio a lui, al sindaco in carica Damiano Coletta, chiederemmo di difendere quello che siamo e quello che abbiamo, non ultima anche la possibilità di avere dei ricordi legati alle esperienze dei nostri padri e dei nostri nonni. Ma comprendiamo da soli che non è da Coletta, il sindaco che sta per cambiare nome anche ai giardini pubblici, che potremo avere la protezione che cerchiamo. «Latina bene comune» è stato un efficacissimo slogan elettorale, ma non ha l'aria di poter essere la nostra carta di imbarco per il futuro. E guardacaso, se Latina ha oggi un debito di riconoscenza per la popolarità riscossa in Italia e nel mondo grazie alla propria singolare origine, questo debito ce l'ha con un libro, con quell'opera straordinaria che ha per titolo «Canale Mussolini». Che sia un libro a rappresentarci e difenderci, piuttosto che un sindaco di passaggio, è quanto di meglio poteva capitarci, la cifra vera di quello che siamo. Una città di persone, con una storia speciale, fatta anche di simboli scomodi e superati.