La partita dei canoni per l'utilizzo degli impianti sportivi, trentatré strutture e venticinque palestre, è ancora una delle più intricate e difficili da risolvere per il Comune di Latina. Oggi a due anni di distanza dalle richieste di canoni alle società che scatenarono polemiche e ricorsi, l'amministrazione ci riprova e torna a battere cassa alle squadre per mettere a reddito i beni del suo patrimonio. Sono infatti pervenute a fine gennaio almeno tre richieste di pagamento alle società Asd Boxe Latina, all'Arco club pontino e all'Asd Scherma Latina, tutte per l'utilizzazione dell'impianto sportivo in via Aspromonte. Tutto lineare? Non proprio, a partire dalle date. Nelle richieste inviate dall'ufficio decoro, qualità urbana e bellezza, prendendo ad esempio quella della Boxe, si fa riferimento ad un sopralluogo effettuato ad aprile 2016 dalla polizia locale e si chiede il pagamento dell'annualità 2016, già reclamata dal precedente dirigente a dicembre 2016, oltre che di quelle 2017 e 2018. In virtù di questi conteggi viene richiesta una somma di 24mila euro + Iva (quasi 30mila euro). Come mai il Comune dopo quel sopralluogo e la richiesta di pagamento di fine 2016, a sua volta contestata con una lettera a cui il Comune non ha mai risposto, aspetta poi altri due anni per chiedere il dovuto? In realtà una ragione c'è e riguarda i due anni di limbo in cui è finita la vicenda degli impianti sportivi che a quest'altezza cronologica dovevano già essere stati affidati con regolare e trasparente bando pubblico. Di fatto queste richieste vengono inoltrate come se nulla fosse accaduto in questi due anni e arrivando a contraddire altri atti interni del Comune.
La storia
Andiamo per ordine: a fine 2016, con l'amministrazione Coletta appena avviata, il dirigente del servizio Patrimonio Della Penna invia almeno 26 richieste di pagamento per l'anno 2016 a tutti i club, di calcio e altri sport, che utilizzano campi e palazzetti comunali. Lo fa basandosi sulle tariffe allegate al regolamento del commissario Nardone del 2010, lo stesso a cui si è fatto riferimento oggi per chiedere le somme di utilizzo alle squadre delle palestre di via Aspromonte. Siamo in pieno periodo di lotta alle magagne lasciate dalle precedenti gestioni, il sindaco Coletta definisce la gestione degli impianti che ha ereditato alla stregua di un «far west». A stretto giro però comincia il muro contro muro con le società perché arrivano le lettere dell'avvocato di almeno 16 club dilettantistici che definiscono arbitraria la richiesta di canoni. Il sindaco decide di incontrare tutte le squadre a fine gennaio 2017 in aula consiliare e promette bandi celeri e una ricognizione sugli interventi eseguiti negli impianti. Da qui si arriva a giugno 2017 quando il sindaco firma una quindicina di protocolli di intesa con le sole società dilettantistiche del calcio con importi fino a 5mila euro, una sorta di sanatoria che consente la concessione degli impianti fino a giugno 2018 nelle more dell'approvazione di regolamento e tariffe. A giugno 2018, quando scadono questi accordi, l'amministrazione va in giunta con una delibera che sceglie «di concedere in uso gli impianti sportivi agli attuali utilizzatori in regola con i pagamenti dei canoni pregressi fino alla successiva assegnazione che verrà effettuata a seguito di procedura pubblica da concludersi entro il 31/12/2018». Gli altri sport non vengono proprio considerati in questo pacchetto, una prima vistosa anomalia.
Le incongruenze
Insomma da giugno i club dei campi di calcio non stanno pagando canoni e hanno transato le vecchie somme direttamente con il sindaco, ma dei bandi di gara non si è vista alcuna traccia. I vecchi canoni però rispuntano per le società di altri sport (analoghe richieste potrebbero pervenire anche per l'utilizzo, per esempio, dell'impianto "Palaceci" di Via dei Mille, della Pista di Pattinaggio di Viale Michelangelo, o del campo di Baseball di via Ezio). La richiesta viene fatta sulla base di quelle tariffe allegate al vecchio regolamento perché quelle nuove non sono ancora arrivate in giunta, nonostante un regolamento approvato in consiglio da più di sei mesi.
Lo stop dell'Avvocatura
C'è di più. Su queste tariffe la stessa Avvocatura dell'ente ha avuto qualcosa da ridire. Con nota interna dell'8 agosto 2017, poi resa nota dal Pd, l'avvocatura scrive al sindaco che «la deliberazione del commissario Nardone è affetta da vizio di incompetenza, giacché l'atto è stato assunto con i poteri della giunta comunale anzichè del consiglio. Da ciò ne discende una sua formale disapplicazione che va a travolgere tutti i successivi provvedimenti». Questa disapplicazione vale per tutti o solo per alcuni? Sono i dubbi che avanzano alcune squadre, quelle che hanno inviato lettere e chiesto incontri senza ricevere risposta. Dubbi a cui l'amministrazione dovrebbe dare celermente una risposta.