Immaginiamo, seguendo i gesti e le parole. Una partita, forse impossibile da giocare, ma vera. Come il sentirsi numero 2 al cospetto della divinità. Di chi è lì e non si sposta, non suda, non fatica nel colpire la "gialla" sponsorizzata.
L'incontro con Emilio Solfrizzi arriva a poche ore dal "suo" Roger. Una partita, come dicevamo, impossibile da giocare, ma vera come e più di altre.
L'attore pugliese va in campo da numero 2 contro il campione di tutte le epoche. Gioca, si danna l'anima, le prova tutte, ma è felice di perdere. Perchè immagina di farlo, e lo fa, contro il mito della racchetta. Perchè alla fine è più importante chi hai di fronte nel tuo immaginario, piuttosto che il singolo "quindici" da portare a casa.
«Quando ho letto questo testo, scritto in maniera meravigliosa da Umberto Marino, ho capito che questo spettacolo, la partita, il fatto di essere di fronte alla divinità del tennis, potesse davvero solleticare la fantasia del popolo teatrale, non solo quello tennistico".
E Roger?
«Un uomo irraggiungibile, ma che va affrontato, perche è un piacere affrontarlo. Un game dietro l'altro, provando a specchiarsi nel suo mondo, a guardarlo non solo al di là di una rete, che in realtà non c'è, ma anche di una vita totalmente diversa. Dove il tuo sacrifico nell'istante in cui viene prodotto, è una rivalsa quotidiana».
Cercando di?
«Trovare risposte valide ad un riscatto che una partita di tennis contro il divino può regalarti».
Un po' la storia del mediano di Ligabue o del gregario nel ciclismo.
«Un uomo di fatica, che porta acqua al suo mulino, che suda, si danna l'anima, che corre da una parte all'altra del campo, che soffre, ma che quando si specchia nel divino, è felice di farlo, pur sapendo che mai e poi mai lui, il numero due, potrà avere la meglio».
Solfrizzi, in tutto questo, come si sente ad affrontare Roger?
«Come un numero due, e sono sempre dalla loro parte, che ha l'occasione della vita, unica ed irripetibile, di giocare contro il mito, la divinità, l'uomo che più di ogni altro impersona il tennis».
Si è mai chiesto se Federer sarebbe contento di questo spettacolo?
«Sarei curioso di saperlo. Non l'ho mai visto giocare dal vivo, ma è un qualcosa che stuzzica molto la mia fantasia. Vengo dal calcio, ho giocato a tennis fino a quando le mie ginocchia me lo hanno consentito, lui è un qualcosa che va oltre. Rappresenta la perfezione».
Difficile da portare in scena.
«Impossibile. Basti pensare all'ultimo film sulla finale di Wimbledon tra Borg e McEnroe. Non è mai facile, ma qui c'è di mezzo un numero due, un tennista che non ha nome, nè cognome. Che sfida l'impossibile, che guarda più in là del proprio naso, che si specchia con la fantasia, riuscendo a soffocare con i gesti bianchi, tutto quello che dall'altra parte è perfetto».
Eppure la sua Puglia è da sempre una terra fertile in fatto di tennisti.
«Ma, come vi dicevo, io vengo dal calcio, legato da sempre ad una palla che rotola lungo un rettangolo di gioco».
Un po' come quello di Roger.
«Esatto, delineato nella testa del numero due, ma non nella scena di una partita lunga, lunghissima, dove non manca nulla, nemmeno quel rumore magico che soltanto una pallina, una volta incontrato il piatto corde di una racchetta, sa trasmettere».
Uno spettacolo che a Napoli ha riscosso un grande successo e che...
«Porteremo nei grandi teatri perchè sia io che Umberto abbiamo la sensazione che possa toccare le corde vocali di tutti, il cuore di chi avrà la pazienza di accompagnare il numero due lungo la durata di un match impossibile».
Un uomo, il suo completino e basta.
«Ma davanti c'è lui, Roger, non uno qualsiasi. C'è lui, il più grande di tutti, in una partita dove c'è chi suda e chi no, chi fa sul serio e chi prova a specchiarsi. Anche e soprattutto nel controllare la pressione delle palline prima di sceglierne due, una per la tasca ed una in mano, prima di servire».
In effetti Roger Federer dà questa impressione: di non sudare, di non fare fatica a fare nulla.
«E lui, il numero due, se ne accorge, ma quando intravede una piccola macchia di sudore al centro della maglietta, è felice. Come a dire: ‘suda anche lui, è vero'».
Ma il numero due?
«Va da una parte all'altra del campo, ma il suo cuore lo sorregge, spingendolo anche oltre, lì dove mai avrebbe immaginato di arrivare. Lo spinge a correre su una palla corta, a dimostrare che il numero due, non è poi così scarso. Sa giocare, lotta, magari non vince, ma resta sul pezzo sino alla fine».
Trovando modo e tempo per sposare la tesi ‘come un'esperienza religiosa' di David Foster Wallace.
«Pronto, come il numero due, a specchiarsi nel divino. Per farsi investire da un qualcosa che non ha prezzo, che non si può comprare. Una partita immaginaria, figlia di quella rivalsa che quotidianamente provi a vivere, ma che soltanto ‘Roger' sa regalarti. Pur sapendo di non poter vincere mai».