Ho iniziato a innamorarmi del ciclismo il 4 e il 5 giugno 1994. Dovevo compiere otto anni. Mio padre, fin da piccolo, mi faceva vedere in tv il Giro d'Italia e il Tour de France, ma ancora adesso ricordo nitidamente quei due giorni. Erano le prime vittorie di Marco Pantani nella Corsa Rosa, l'atleta che mi ha fatto più gioire in assoluto (da inguaribile Giallorosso dopo Totti, chiaramente) e che più mi ha fatto soffrire per la fine che ha fatto e per la quale vorrei, come mamma Tonina, che ci fosse giustizia una volta per tutte. Ovviamente, vederlo vincere Giro e Tour nel 1998 è stato fantastico e il desiderio di vederlo dal vivo, in quegli anni, è cresciuto in me sempre di più. Un sogno che, il 24 maggio 2001, è diventato realtà.

Mi sono tornati alla mente l'arrivo e la successiva partenza della Carovana Rosa da Nettuno nel giorno in cui è stato annunciato il percorso della 102esima edizione del Giro, che durante la quinta tappa in programma domani, 15 maggio 2019, attraverserà Latina per terminare a Terracina. Un evento che sarà imperdibile e che ha delle particolari coincidenze con quel 24 maggio 2001: in quel giorno, infatti, si è corsa la quinta tappa dell'edizione numero 84 e i corridori, dopo essere partiti da Avellino, sono passati per Terracina e Latina per arrivare a Nettuno, la mia città.

Avevo quattordici anni e frequentavo il primo anno del Liceo scientifico "Innocenzo XII" di Anzio - sezione A: con i miei compagni di classe, già da qualche settimana, eravamo pronti a non andare a scuola né quel giorno, né il successivo. Tanta era la "Febbre da Giro" che nel pomeriggio andavamo a spasso con la bicicletta, ritirata fuori dai polverosi garage e portata in tutta fretta dal gommista per metterla in condizioni di correre.

Quel giorno, però, tutto era diverso: Nettuno si era dipinta di rosa, aveva assunto una vitalità che mai ricordo prima di quelle ore e che faccio fatica tuttora a rivivere. Al mattino ci eravamo riuniti tutti a casa di un amico: sintonizzati su Rai Tre, avevamo visto l'anteprima mattutina della tappa, discutendo del Gran Premio della Montagna a Itri e gustandoci le immagini di Nettuno dall'alto. Poi la frenesia di vivere da vicino la tappa ha preso il sopravvento: e mentre il gruppo dei corridori, pressoché compatto, cercava di riagganciare Casarotto e Gobbi - in fuga per 154 chilometri consecutivi -, noi abbiamo deciso di andare in piazza. Davanti al Comune, sul Lungomare Matteotti, erano già state allestite all'alba le tribune per gli spettatori, ma anche la tribuna stampa, l'area dedicata al Processo alla Tappa e il podio. Vicino al Santuario, i camion dell'organizzazione erano pieni di operai che scaricavano il materiale per allestire il Villaggio Rosa, da utilizzare sia per l'arrivo che per la successiva partenza dell'indomani. Dalle finestre spuntavano i cartelloni che inneggiavano a questo o a quell'altro campione e noi, pensando a un arrivo in volata, eravamo pronti a scommettere sulla prima vittoria di Cipollini al Giro del 2001.

L'attesa per l'arrivo dei corridori cresceva di ora in ora: con alcuni amici, fin dall'ora di pranzo, ero già su una delle tribune nei pressi dell'arrivo, piazzato proprio davanti al municipio. Di tanto in tanto passavano le auto e i furgoncini degli sponsor, che lanciavano gadget. Con una radiolina ascoltavamo l'evolversi della tappa, apprendendo che, nei pressi di Foglino, la fuga di Casarotto e Gobbi era finita: la tappa, proprio come speravamo, sarebbe finita in volata. Gli ultimi minuti parevano infiniti: il gruppo sembrava non arrivare mai. Poi, d'un tratto, in fondo al Lungomare ecco spuntare le moto della polizia e, subito dopo, una valanga di colori e centinaia di biciclette. In un baleno i corridori erano sotto ai nostri occhi e "Re Leone" Cipollini era lì, col suo fisico possente e la maglia rossa della Saeco, pronto a tagliare il traguardo per primo. La sorte, però, non gli ha arriso: Ivan Quaranta, molto più giovane di lui, velocista di punta della Alexia, lo ha beffato di pochi decimi, portando a casa la vittoria.

Un po' delusi, abbiamo comunque pensato di goderci lo spettacolo del podio e la consegna della Maglia Rosa a Dario Frigo. Di Pantani, però, nessuna traccia.

È stato necessario attendere il giorno dopo, quando il Giro ha lasciato Nettuno per dirigersi a Rieti (ah, per inciso, vinse Cipollini. Sic!). Sempre in compagnia degli amici, ho passato la mattinata in centro, godendomi una Nettuno totalmente pedonalizzata e con un'aria di festa speciale. La gente si avvicinava a frotte verso il Santuario dove, come detto, c'era il Villaggio Rosa. E questa era anche la nostra mèta: siamo entrati all'interno grazie ad alcuni pass e siamo riusciti a vedere tanti corridori, raccogliendo autografi a non finire. Sarebbe stata l'occasione per fare dei selfie ma, a quel tempo, si chiamavano autoscatti e nessuno di noi aveva pensato di portare una macchina fotografica. C'erano Cipollini, Quaranta, Frigo, "Gibo" Simoni (che poi avrebbe vinto l'edizione del Giro), Ullrich e tanti altri. I miei occhi di adolescente, però, cercavano lui: avevo quindi costretto il mio amico Marco Romano (non si offenderà se lo cito) a correre ovunque fin quando, vicino al banco delle firme di presenza, ecco Pantani. Il cuore ha iniziato a battere forte, la voce a mancare e di conseguenza è stato Marco stesso a dover chiamare l'altro Marco - quello famoso - per farci firmare gli autografi. Sono riuscito a parlare, a dire «Sei un mito!»; lui mi ha ringraziato velocemente prima di andare via.

Ero felice e non pensavo - mentre vedevo sventolare la bandiera rosa che dava il via alla tappa numero sei del Giro 2001 - che quella sarebbe stata l'ultima volta che l'avrei visto dal vivo prima dell'assurda morte di San Valentino del 2004. Non meritava di finire così. Almeno nel mio piccolo, però, posso dire che la "mia" Nettuno ha avuto il privilegio di ospitare e applaudire Pantani, l'uomo che mi ha fatto innamorare del ciclismo e che vorrei rivedere ancora mentre getta la bandana, si lancia sulle salite e scala ogni montagna. Ma stavolta, anziché un sogno, siamo di fronte a un'utopia.