La storia infinita delle mancate bonifiche dei terreni inquinati e che attendono da trent'anni un intervento, rischia di restare un capitolo aperto a causa dell'ennesimo ricorso. Come nel 2009, quando i ricorsi bloccarono l'avvio delle caratterizzazioni, contribuendo a far perdere al Comune di Aprilia il finanziamento ad hoc previsto dalla Regione Lazio, anche ora che il percorso sembrava tutto in discesa, appare un nuovo ostacolo sul cammino dell'ente.

Il 19 maggio infatti l'attuale proprietario di Sassi Rossi – che ha rilevato a novembre del 2005 il terreno posto tra Casalazzara e Campoleone che attendeva una bonifica sin dal 1984 – difeso dall'avvocato Emanuela Di Stefano -  ha presentato un ricorso al Tar del Lazio contro il Comune di Aprilia e nei confronti di Regione Lazio, Provincia di Latina, Arpa Lazio e Asl di Latina chiedendo l'annullamento previa sospensiva della determinazione 13 dell'8 marzo 2021, con la quale il dirigente del settore ecologia e ambiente, a conclusione della conferenza dei servizi, dava il via libera alle attività preliminari alla bonifica del sito. I contenuti dell'atto, notificato il 12 marzo 2021, secondo quanto riportato all'interno del ricorso, configurerebbero violazione e falsa applicazione degli articoli 192, 239, 242, 244 e 250 del D Lgs 152/2006, eccesso di potere per carenza di presupposti nonché per travisamento ed erronea valutazione dei fatti, incompetenza, eccesso di potere per difetto di istruttoria, sviamento di potere e ingiustizia manifesta. In sostanza secondo il proprietario, che proprio in virtù della determinazione e degli atti consequenziali si trova oggi gravato dell'onere reale su quel terreno, l'amministrazione comunale pur a conoscenza del fatto che quell'area risultava inquinata sin dal lontano 1984 e pur consapevole che l'inquinamento del sito non possa essere attribuita né a titolo di colpa né di dolo a chi ha acquistato l'appezzamento solo anni dopo, avrebbe omesso ogni verifica sull'effettivo autore dell'inquinamento: la normativa di riferimento e la giurisprudenza in materia, secondo l'avvocato Di Stefano negherebbe la possibilità di far ricadere sull'attuale proprietario l'onere di procedere anche solo alle operazioni di sgombero, come si evince dalla determinazione dirigenziale, evidenziando con l'occasione anche un difetto di competenza – in quanto la rimozione dovrebbe essere imposta con ordinanza del sindaco e non con determinazione del dirigente del settore.

Inoltre, secondo il ricorrente, l'amministrazione partirebbe da un presupposto sbagliato contemplando contestualmente la rimozione dei rifiuti e la bonifica del sito.

«ll presupposto per procedere con le operazioni di bonifica del sito – si legge all'interno del documento - è dato previa la rimozione dei rifiuti che costituiscono fonte di potenziale contaminazione. La mancata rimozione delle fonti di contaminazione vanificherebbe le operazioni di bonifica per il perdurare dell'effetto inquinante. Inoltre, potrebbe accadere che a seguito della rimozione dei rifiuti il sito non risulti contaminato e quindi non serva la bonifica. Le due misure – rimozione e bonifica – divergono profondamente sia nei presupposti di fatto che di diritto».

E secondo la tesi della proprietà, se la norma opera una netta distinzione anche il Comune avrebbe dovuto tenerne conto e seguire una procedura diversa. Senza contare che a giudizio del proprietario, la permanenza dei rifiuti interrati per 37 anni, potrebbe aver fatto perdere il loro potere inquinante. Potrebbe trattarsi di rifiuti mineralizzati e la circostanza influirebbe sul tipo di operazioni da adottare.