Nuove opere rigide a mare, vecchi errori che rischiano di ripetersi. È fortemente critica la posizione espressa da un’associazione ambientalista in merito al progetto elaborato dal Comune di Terracina per la sistemazione del tratto di costa a Ponente della foce di Porto Badino, attraverso la realizzazione di scogliere e pennelli rocciosi.
Secondo l’associazione, il piano comunale rappresenterebbe l’ennesimo intervento impattante destinato a produrre danni certi all’equilibrio del litorale, innescando fenomeni di erosione “sottoflutto” nelle aree immediatamente a valle della zona interessata dai lavori. Un rischio tutt’altro che teorico, ma già ampiamente dimostrato da quanto accaduto nel corso degli ultimi decenni lungo la costa pontina.
La critica principale riguarda l’impostazione del progetto, che attribuirebbe l’attuale arretramento della battigia a un presunto processo naturale, senza tenere conto – sottolineano gli ambientalisti – che le modifiche più gravi della linea di costa sono state causate proprio da interventi antropici errati, realizzati in modo frammentario e senza una visione complessiva di conservazione del litorale.
Un esempio concreto arriva dalla lunga fascia costiera compresa tra Capo Circeo e Porto Badino, dove la costruzione di opere rigide fin dagli anni ’50 ha prodotto un effetto domino: avanzamenti di spiaggia in alcune aree e arretramenti sempre più marcati in altre. Un “modello sperimentale involontario”, lo definisce l’associazione, che dimostrerebbe con chiarezza ciò che accadrà se si procederà con nuovi pennelli fino al molo foraneo di Terracina.
Nel mirino anche la scelta di procedere con urgenza alla richiesta e all’ottenimento di finanziamenti regionali per infrastrutture rigide senza la redazione preventiva di uno studio organico o di un piano di conservazione costiera. L’intervento sarebbe motivato dall’erosione registrata a valle dell’ultimo pennello realizzato in corrispondenza di via Bela Barenyi, ma – secondo gli ambientalisti – la costruzione di nuove barriere non farebbe altro che spostare il problema più a Levante, aggravando ulteriormente lo squilibrio.
Le conseguenze ipotizzate sono pesanti: erosione accelerata della battigia fino alla foce di Badino, problemi di stabilità per gli stabilimenti balneari esistenti, distruzione degli ultimi habitat costieri e compromissione del ciclo biologico di flora e fauna locali. Un colpo definitivo a un ecosistema già fragile, segnato da decenni di interventi emergenziali e non pianificati.
Nel documento viene ripercorsa una vera e propria cronistoria del dissesto, a partire dal 1955, quando il prolungamento del pennello alla foce del Portatore causò avanzamenti e arretramenti di decine di metri. Seguono gli effetti dei lavori del porto di San Felice Circeo negli anni ’60 e ’70, la costruzione di scogliere rigide e l’ampliamento di strutture ricettive, fino alla progressiva scomparsa della spiaggia di Ponente di Terracina, ridotta negli anni ’80 a una sottile striscia sabbiosa visibile solo nei mesi estivi.
Per l’associazione, la vera risposta all’erosione non può essere affidata a nuove opere rigide, ma a interventi di tipo naturalistico, come il ripascimento morbido con sedimenti sabbiosi idonei e la tutela delle praterie di Posidonia oceanica, fondamentali per la protezione della costa, la biodiversità marina e il sequestro del carbonio.
Viene inoltre ricordato che Terracina aveva già beneficiato, in passato, di un finanziamento regionale per un intervento sperimentale con scogliere permeabili tipo “tecnoreef”, capaci di assorbire l’energia delle onde senza generare riflessione e senza erodere il fondale. Strutture che, secondo studi universitari – tra cui quelli dell’Università di Pisa – favoriscono il ripristino naturale degli ecosistemi e possono essere rimosse una volta ristabilito l’equilibrio ambientale.
«Continuare a inseguire l’erosione con barriere rigide – conclude l’associazione – significa condannare definitivamente uno degli ultimi tratti di litorale sabbioso. La vera sfida è assecondare il mare, non contrastarlo».
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