Ha attraversato luoghi diversi, fatti di gente diversa, di tradizioni e storie diverse anche quelle, con la sua figura sempre identica e sempre prepotente, quella di Giuseppe Ciarrapico, l'imprenditore-editore di origini abruzzesi trapiantato nella Capitale e quasi sempre etichettato come ciociaro. In realtà, per indole, carattere e sensibilità, la sua figura è stata trasversale come poche altre nella storia recente del nostro Paese. Roma, Milano, Frosinone, Cassino, Latina e l'Italia intera avranno ciascuno dei motivi propri per ricordarlo, proprio lui, «il Ciarra», e ognuno lo farà nel modo più congeniale e adeguato, ma con la consapevolezza di trovarsi di fronte allo stesso uomo, ad una sola particolarissima e speciale identità.

Perché la cifra umana di Giuseppe Ciarrapico è stata soprattutto quella della coerenza, non soltanto quella sbandierata per rivendicare sempre e comunque il suo essere fascista, ma anche e soprattutto quella più privata, intima, frutto della sua profonda e brillante curiosità; della sua capacità adolescenziale di abbracciare ogni causa che gli sembrava degna di essere sostenuta, appoggiata, condivisa; della sua abilità nel riconoscere gli errori e nel sapersene tirare fuori.
Uomo di rara intelligenza, velocissimo nel valutare persone e situazioni, generoso, duro oltre misura, sapeva perdersi in un bicchier d'acqua quando lasciava all'istinto la possibilità di prendere il sopravvento sulla ragione. Ma è stato proprio l'istinto il suo punto di forza, il suo tratto di genio. Fiutava l'aria come soltanto gli animali sanno fare, e prendeva decisioni all'istante dopo aver valutato la direzione del vento, la consistenza del pericolo e l'aspettativa di successo. E sarebbe stata proprio la miscela esplosiva fatta di quel particolare tipo di coerenza e di quello speciale intuito imprenditoriale a portarlo fuori strada e tradirlo, insieme all'eccesso di sicurezza maturato negli anni. La sua ostinazione a voler restare fedele al proprio cliché aveva portato Giuseppe Ciarrapico ad incarnare la figura dell'uomo di altri tempi, ma soprattutto lo aveva sospinto ai margini di un mondo completamente diverso da quello che lui aveva vissuto da attore protagonista. C'è stato un momento in cui l'uomo non ha saputo e probabilmente non ha voluto dismettere i panni del «Ciarra», e quell'atteggiamento, che Giuseppe Ciarrapico ha vissuto come l'ennesima manifestazione di coerenza, non gli sarebbe stato perdonato dalle molteplici inimicizie coltivate lungo il suo tortuoso percorso di vita e neppure dal nuovo corso delle cose né dallo Stato, che rappresentava in Parlamento.
Né poteva essere diversamente, perché l'appropriazione dei fondi per l'editoria era e resta un fatto imperdonabile. Un errore, più verosimilmente un peccato grave di presunzione, che gli avrebbe portato via quanto aveva di più caro, i suoi giornali. Li aveva inventati, creati dal nulla, diffusi nelle periferie dell'Italia centrale, dal Lazio all'Abruzzo fino al Molise, aveva saputo farli crescere e prosperare e avrebbe voluto farsi accompagnare per tutto il viaggio terreno dall'odore della carta e dell'inchiostro e dai tempi sempre strettissimi della chiusura in tipografia. Non ce l'ha fatta, le strade si sono divise, ma le cose sono andate come avrebbe voluto: i suoi giornali gli sono sopravvissuti. Grazie a una generazione di giornalisti, da Frosinone a Cassino, a Latina, che oggi esiste anche grazie alla lungimiranza e all'ostinazione di un imprenditore innamorato delle asperità della provincia e sopraffatto dal fascino delle cose terrene, semplici, e dalla bellezza delle sfide.