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Il fatto

Rivolta in carcere, fissata la data della Cassazione

Il ricorso presentato da Mattia Spinelli per i fatti avvenuti a fine ottobre

Rivolta in carcere, fissata la data della Cassazione

Fissata per il 15 aprile l’udienza davanti ai giudici della Corte di Cassazione per Mattia Spinelli, 20 anni di Latina, ritenuto uno dei leader dell’attività di spaccio nella zona delle case Arlecchino, indagato e sottoposto ad una misura restrittiva per la rivolta scoppiata nel carcere di Latina alla fine di ottobre e che aveva portato all’emissione di tre ordinanze di custodia cautelare.

Oltre che nei suoi confronti il provvedimento aveva riguardato anche Matteo Baldascini e Nico Mauriello detto Spadino, considerato uno degli uomini di fiducia per lo spaccio alle case Arlecchino.

Lo scorso dicembre i legali di Mattia Spinelli avevano presentato ricorso avverso il provvedimento restrittivo firmato dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Latina Mara Mattioli che aveva accolto le risultanze investigative della Procura e della Polizia Penitenziaria.

Davanti ai giudici del Tribunale del Riesame aveva pienamente retto l’accusa relativa alla rivolta in carcere come riportato nelle motivazioni dei magistrati romani e non quella di resistenza. 

A presentare il ricorso davanti ai giudici della Suprema Corte gli avvocati Gaetano Marino e Massimo Frisetti. Nelle scorse settimane è stato notificato agli indagati l’avviso di conclusione indagini.

Era stato il pm Valentina Giammaria a coordinare l’inchiesta e a ricostruire le aggressioni. Sono indagati a piede libero - anche se sono detenuti per altro - Giuseppe Marcellino di Aprilia, in carcere per tentato omicidio, Marius Octavian Nedelcu e Francesco Manauzzi, quest’ultimo è detenuto per aver partecipato all’aggressione avvenuta nel quartiere dei pub a Latina nel novembre del 2024. 

Contestata la partecipazione con atti di violenza e minaccia agli agenti in servizio, lesioni personali e danneggiamenti da incendio. Tra le minacce indirizzate ad un detenuto: «Se parli ti uccidiamo».

Il giudice nel provvedimento restrittivo aveva sostenuto che gli indagati: «Hanno manifestato totale indifferenza verso qualsiasi forma di controllo e monito da parte delle autorità ed anzi la loro volontà era quella di pretendere una sorte di totale impunità e un controllo assoluto nel carcere».

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