La sentenza
30.01.2026 - 08:25
La sentenza dopo oltre quattro ore di camera di consiglio è stata preceduta da un lungo silenzio pieno di tensione. Prima le repliche dell’accusa, a seguire le controrepliche della difesa che hanno accompagnato la mattina. Pochi minuti dopo le 16 la sentenza.
La tensione in aula è altissima quando in aula arriva il Presidente del Collegio Penale del Tribunale di Latina Mario La Rosa, insieme ai giudici Paolo Romano e Francesca Zani e legge il dispositivo. Il pubblico ministero della Dda Francesco Gualtieri aveva chiesto la condanna a otto anni per l’imprenditore Raffaele Del Prete e la pena di sei anni per Emanuele Forzan, ex responsabile della campagna della lista Noi con Salvini.
Il Tribunale di Latina ha riqualificato il reato: da voto di scambio politico mafioso in corruzione elettorale, un reato quest’ultimo dichiarato prescritto. I giudici hanno disposto per i due imputati - a seguito della nuova contestazione di corruzione elettorale - il non doversi procedere per intervenuta prescrizione. Sono stati prosciolti, caduta l’aggravante del metodo mafioso. Al termine della lettura del dispositivo non sono mancati i momenti di commozione. Tra novanta giorni saranno depositate le motivazioni della sentenza. Secondo l’accusa Raffaele Del Prete ed Emanuele Forzan hanno accettato la promessa di Agostino Riccardo, (diventato nell’agosto del 2018 collaboratore di giustizia) e all’epoca fatti appartenente al clan dei Di Silvio di Campo Boario di garantire 200 voti alla lista «Noi con Salvini». Le preferenze - sempre secondo quanto ricostruito dagli investigatori della Squadra Mobile di Latina - erano destinate al capolista Matteo Adinolfi, indagato in un primo momento e la cui posizione è stata archiviata in fase di indagini preliminari. Tutto questo sarebbe avvenuto in occasione delle elezioni al consiglio comunale di Latina del giugno del 2016.
Lo scorso 18 dicembre accusa e difesa - nel corso di un udienza fiume - avevano ripercorso tutta l’indagine: il pm della Dda Gualtieri al termine di una requisitoria durata oltre tre ore aveva formulato le richieste di condanna. Il collegio difensivo aveva chiesto le assoluzioni puntando su un punto focale: l’ inattendibilità del narrato dei pentiti e sulla mancanza di riscontri concreti. Ieri mattina alle 10 le repliche: il magistrato inquirente ha chiesto la condanna dei due imputati. «Il panorama probatorio di questo processo ci dice tante cose, stiamo parlando di un periodo storico in cui la famiglia Di Silvio di Campo Boario controllava Latina ed esercitava un potere - ha ribadito l’accusa - gli imputati hanno utilizzato un linguaggio criptico, sono emerse contraddizioni negli interrogatori, erano al corrente che stavano facendo qualcosa di illegale». Subito dopo il collegio difensivo composto dagli avvocati Gaetano Marino, Michele Scognamiglio, Massimo Frisetti, Pietro Parente ha chiesto l’assoluzione per i propri assistiti perchè il fatto non sussiste. «Non c’è stato mai un contatto tra gli imputati e i Di Silvio. Non c’è la minima prova dell’accordo - hanno ribadito le difese - Renato Pugliese e Agostino Riccardo hanno millantato. Qui ci si sta arrampicando sull’Everest a mani nude - hanno osservato - quali sono gli elementi dell’accusa? Quali sono le prove? Qui ci dobbiamo confrontare sulle prove e le prove non ci sono. Dove sta la prova dello scambio politico mafioso?».
Prima che il Collegio Penale entrasse in camera di consiglio ha voluto rilasciare spontanee dichiarazioni Emanuele Forzan e in alcuni momenti quando ha parlato al microfono si è commosso. «Su di me un’accusa infamante, signor Presidente sono innocente e non ho mai conosciuto la famiglia Di Silvio». Quattro ore dopo la sentenza. E’ finita con gli imputati commossi che hanno abbracciato i rispettivi avvocati. «E’ finito un incubo», hanno detto le difese.
Edizione digitale
I più recenti