Cerca

Il caso

Parla il figlio di Umberto Musilli, l'operaio fulminato in un cantiere. Dalla tragedia all'incubo: mio padre ignorato

E' morto sul lavoro, lo hanno lasciato per strada. un incidente mascherato. Il processo non inizia

Parla il figlio di Umberto Musilli, l'operaio fulminato in un cantiere.  Dalla tragedia all'incubo: mio padre ignorato

Umberto Musilli

Il buio e il freddo di certe mattine d'inverno. Il sole rovente di certi  pomeriggi di fine luglio. «Mio padre lavorava e ha fatto tanti sacrifici per me,  mia sorella e la nostra famiglia», racconta Antonio, suo figlio.  Umberto Musilli era un operaio, ogni mattina usciva dalla sua casa di Sonnino per andare a lavorare nei cantieri. «A stasera», diceva alla moglie che lo salutava. Tornava che era già buio se era inverno. Quando era estate tornava che era  ancora caldo.  Il figlio Antonio lo ricorda così: «Faceva  piano quando entrava in camera mentre  dormivo  per  prendere i vestiti, non accendeva la luce». La delicatezza di un uomo forte che ogni giorno metteva un mattone sopra l’altro con cui ha costruito una bella famiglia garantendo un futuro:  alla moglie Angela,  ai figli Antonio e Assunta. Sforzi e fatica e i valori trasmessi: educazione e rispetto.  «Non ci ha fatto mancare niente», ripete il  figlio. Umberto Musilli era nato nel 1955.  Ha iniziato a lavorare da giovane, è stato anche all’estero: Yemen, Germania, Arabia Saudita. Sempre tra i cantieri. E’ morto sul lavoro, folgorato e poi  abbandonato, chi doveva soccorrerlo ha inscenato un malore, depistando, mascherando tutto. E’ una storia pazzesca. Ci sono state le indagini ci sarà un  processo che deve ancora iniziare per  omicidio volontario con il dolo eventuale. Sembra la storia di Satnam Singh, il bracciante indiano che da due anni conosce  tutto il mondo. Questa storia è diversa. Molto di più. Altrettanto brutale ma con una porzione di incredulità ancora intatta. Antonio Musilli chiede giustizia, chiede che il padre non venga dimenticato.  

Sono passati quattro anni dalla  morte di suo padre. Come definisce tutto quello che è successo?
"Per me e la mia famiglia è iniziata una tragedia che  si è trasformata in un incubo che ancora dura e dal quale non vediamo un barlume di luce. Non vediamo  un punto di arrivo e giustizia".
Partiamo dall’inizio. Da quel giorno: il 23 giugno 2022
"Ricevetti una chiamata alle 9 di mattina da mia madre, era agitata e diceva che mio padre era ricoverato in gravi condizioni in ospedale,  è stata una comunicazione breve e piena di emozioni e di dolore. Diceva che mio padre era grave ed era stato ricoverato a causa di un malore,  chiesi quale fosse stata la causa  e dove si trovasse,  mi precipitai in ospedale".
Suo padre muore dopo quattro mesi di agonia: Cosa avete capito?
"Mio padre è stato in coma e non ha mai ripreso conoscenza, il periodo in cui era ricoverato era ancora quello del  Covid, ricordo che l’accesso in terapia intensiva veniva concesso ad un familiare per volta e per un massimo di 10-15 minuti sotto strettissimo controllo delle norme Covid. Non poteva esserci il contatto, i medici ci dicevano che le condizioni erano gravi,  poi quando arrivarono le risposte delle Tac con i danni gravi le speranze sono diminuite".
Quando avete capito che non era stato ricoverato per un malore?
"Avevamo dei dubbi guardando le ferite che aveva sul corpo. La versione che ci venne offerta dai colleghi di lavoro è che era stato ritrovato a terra vicino al motorino ma non era una versione convincente,  la dinamica del malore sembrava non avesse riscontro con quelle ferite, anche con lo stato di salute fisica di mio padre. Poi un giorno salta fuori che invece c’era stato un incidente e qualcuno aveva preso uno scossa, rimettiamo insieme i tasselli e le ferite che aveva sul corpo  trovano riscontro con questa dinamica. Durante il ricovero mio padre supera una serie di complicazioni, è stato terribile assistere al suo deperimento fisico,  entra come un uomo forte come lo ricordo e in questi quattro mesi diventa irriconoscibile"-

L’incidente sul lavoro è stato mascherato da un malore, quando lo ha saputo e ha letto le carte cosa ha pensato?
"Inizialmente è stato un misto di emozioni:  dalla rabbia al fatto di essere stati raggirati da queste persone che per mesi ci hanno detto delle falsità. Se soccorso immediatamente poteva essere salvato e invece gli hanno cambiato le scarpe ed è stato inscenato un teatrino, tutto questo scatena rabbia".

Lei ha dichiarato nei giorni scorsi che suo papà è stato abbandonato come un sacco della spazzatura. La sua morte è stata brutale.
"La cosa che penso ogni mattina quando mi sveglio o prima di andare a dormire è una:   in quel lasso di tempo quando mio padre è stato vittima di questa scossa, cosa pensava? Io immagino lui in balia di queste persone, non so se fosse impotente, se fosse consapevole di quello che era successo e capisse qualcosa,  tutta la mia famiglia non sa cosa sia successo".
Cosa significa chiedere giustizia?
"Chiedere giustizia significa  arrivare alla verità e sapere istante per istante cosa è successo e cosa hanno fatto queste persone. Significa  accertare le loro responsabilità. Significa aspettare condanne esemplari per i principali imputati. La sentenza non ci darà nostro padre e non darà un marito a mia madre, ma darà un minimo e piccolissimo sollievo a tutto questo dolore che  porteremo a vita. Oltre alla rabbia che genera la dinamica di tutta la vicenda, c’è una  cosa che fa ancora più rabbia".
Cosa?
"Che mio padre arriva al Pronto Soccorso come paziente ignoto, quando i sanitari chiedono se lo conoscono dicono di no, e in mezzo c’era gente che lo conosceva  da anni. E questa è una cosa che fa rabbrividire. E poi c’è un’altra cosa: c’era chi tra la persone indagate nei giorni successivi all’incidente  veniva a casa per capire se avevamo scoperto qualcosa, mascherando queste visite con gesti di cortesia, come se fossero realmente interessate alle condizioni di mio padre. Una di queste persone che ci ha mentito: diceva che mio padre era un fratello e invece non era così".
Sicuramente ha sentito parlare della morte del bracciante agricolo indiano Satnam Singh, ci sono molte analogie  con la morte di suo padre.
"Sì, conosco quello che è successo e immediatamente  a casa  abbiamo notato una grande similitudine, quella morte ha avuto maggiore risonanza mediatica rispetto alla nostra vicenda e  anche a livello processuale è molto più avanti anche se è accaduto due anni dopo. Il processo per la morte di mio padre deve ancora iniziare. Abbiamo avuto l’ultimo rinvio all'udienza di qualche giorno fa del 17 febbraio, è chiaro che per me uscire dal Tribunale quel giorno con questo nuovo rinvio senza una data ci lascia nello sconforto.  Ancora non sappiamo quando inizierà il processo in Corte d’Assise".
Suo padre è stato ricordato con uno manifestazione  o un altro momento per riflettere sulla sicurezza sul lavoro?
"No. Non dico sia stato ignorato ma come iniziative non è stato mai ricordato. Non ci sono stati memorial,  nessun evento, ho anche chiesto tramite il Comune di Sonnino di mettere una targa o fargli intitolare un tratto di strada. Volevo fare qualcosa per lui, gli è stata riservata una fine indegna. E’ una morte che ci ha travolto per come sono andate le cose,  in un momento della nostra vita che poteva essere felice:  mio padre e mia madre potevano godersi la loro vita, se lo meritavano e invece siamo qui a quasi quattro anni a chiedere giustizia e ad aspettare ancora l’inizio del processo".
Quella mattina di inizio estate Umberto era uscito presto, prima del solito. Quando la moglie gli chiede il motivo, lui risponde: «Così faccio prima». E’ stata l’ultima volta che lei lo ha visto, non è più tornato.  

Edizione digitale

Sfoglia il giornale

Acquista l'edizione