Una partita di troppo
27.01.2026 - 23:26
«Se avessi ascoltato mio nonno quel maledetto giorno, io oggi non sarei qui a raccontarvi la mia storia».
I primi calci li ha tirati nella scuola calcio di Latina Scalo, da Esordiente ha vestito la casacca del Pantanaccio... E’ bastato poco - ai cacciatori di talenti - per capire che la squadra del borgo gli andava stretta. Il passo successivo è stato breve: di corsa al Latina Calcio.
Il club nerazzurro a quei tempi poteva contare su un settore giovanile di livello, sul campo della Ex Fulgorcavi confluivano tutti i ragazzi più bravi del territorio. E i migliori puntualmente venivano proposti al Padova, stiamo parlando degli anni tra l’80 e il ’90: la società biancoscudata militava nei quartieri alti della serie B, poteva contare su un settore importante. Come Allievo Christian Roma nel centro sportivo veneto era di casa, lì conobbe Alessandro Del Piero. «In una delle ultime partitelle giocate a Padova andai benissimo, e ricordo quel giorno quando Del Piero rivolgendosi ad un dirigente chiese se Roma sarebbe diventato un giocatore del Padova: la risposta fu sì. Era tutto fatto, il Padova mi aveva scelto, il Latina era felice, io sognavo ad occhi aperti. Già mi vedevo nel grande calcio, quasi non ci credevo».
Era Primavera inoltrata, il periodo in cui la stagione calcistica sta per andare in vacanza, e i club improntano già la programmazione per l’anno successivo. Roma era pronto per approdare nel settore giovanile del Padova, l’ultimo provino era stato decisivo.
«Prima di ripartire la parola d’ordine era stata una sola: basta pallone. I dirigenti furono chiari: da quel momento avrei dovuto evitare tornei, partitelle, sfide con gli amici; insomma dovevo preservarmi. Ero felice, già sognavo, mi vedevo a Padova, pensavo a quello che sarei potuto diventare, deciso a rispettare ciò che mi era stato imposto».
La realtà però fu diversa...
«Il Latina mi chiamò per giocare un torneo di fine stagione, quelli che non contano nulla o quasi. Risposi che non potevo, ma il direttore del settore giovanile nerazzurro di quel tempo cercò in tutti i modi di convincermi, e riuscì a farlo puntando sul fatto che avrei sicuramente segnato, magari conquistato anche il titolo di miglior giocatore del torneo e sarebbe stato un buon allenamento in vista del trasferimento a Padova. Io mi convinsi che partecipare fosse la cosa giusta. Naturalmente chi me lo chiese sapeva bene quanto potesse essere rischioso, ma ci teneva molto a vincere quel torneo. E con me in campo le probabilità di successo sarebbero state sicuramente più elevate».
Ma qualcuno, più saggio degli altri, come se avesse avvertito il pericolo, si oppose. Nonno Carlo. «Sì, ma io non lo ascoltai! Lui provò prima a dissuadermi con le parole, “non è necessario partecipare a quel torneo, il Padova già ha puntato su di te».
Quel giorno invece arrivò...
«Mi stavano aspettando, in macchina, per andare ad Aprilia. E mio nonno fece un ultimo tentativo: si mise davanti alla porta, per impedirmi di uscire. “Christian non andare, ascolta tuo nonno!”, mi disse. “Pensa al tuo futuro”, aggiunse. Se solo lo avessi ascoltato...!».
Ora raccontaci cosa è successo…
«Si giocava al Centro Primavera, ricordo un cross di Capizzi, un’ala che sapeva mettere in area assist invitanti: il pallone arrivava, a metà strada tra me e il difensore. Io andai convinto, lui anche: lo scontro fu inevitabile. Poi soltanto dolore».
Christian si risvegliò in un letto d’ospedale, con fegato e rene lacerati...
«Il giorno del crac, io lo chiamo così. Su quel campo è iniziato il mio calvario. Sul quel cross è finita la mia carriera, prima ancora che iniziasse. L’infortunio si dimostrò grave, non riuscii a recuperare. Tra i dirigenti nerazzurri qualcuno azzardò addirittura l’ipotesi di insabbiare l’accaduto al Padova, ma sarebbe stato inutile. Venuti a conoscenza dell’infortunio, si sincerarono dell’entità del danno e da lì a poco l’epilogo fu inevitabile: Christian Roma non fa più parte del loro progetto».
Eri giovane, quanto c’è voluto per recuperare?
«Sono stato fermo un anno, ero piccolo ma già capivo tanto: non riuscivo a sopportare l’idea che fosse successo proprio a me. Sono andato in depressione, mentalmente ero distrutto. Il tempo per recuperare ci sarebbe stato, ma io non ero più lo stesso».
In che senso non eri più lo stesso?
«Avevo paura. Evitato i contrasti, toglievo il piede, non andavo più a colpire di testa, avevo perso l’istinto del gol, avevo perso la mia cattiveria agonistica, ho sofferto di depressione. In me regnava lo sconforto. Avrei avuto bisogno, nell’ambito calcio, di qualcuno che mi aiutasse: ma nessuno credette più in me. Continuai a giocare sì, ma crescendo ormai mi resi conto di aver perso il treno. Un treno che non sarebbe più tornato».
E la carriera com’è proseguita?
«Ho avuto un momento in cui pensavo di poter cambiare le cose, al Nuovo Latina, in Promozione, lì c’era Franco Carnevali, un grande uomo oltre che un bravo allenatore: è stato il mio anno migliore, ma era comunque troppo tardi. Vi assicuro che vedere Del Piero, ammirare le sue giocate, mi faceva puntualmente tornare in mente le giornate trascorse a Padova. E quando proprio Alessandro, dopo l’ultimo provino, chiese se la società aveva intenzione di prendermi».
Ora cosa fai?
«Ho una vita felice, una famiglia, un lavoro in una fabbrica farmaceutica, faccio il ciclo continuo, anche le notti. Sto bene, ma ancora - a volte - mi fermo a pensare».
Il calcio lo segui?
«Certo, con piacere. Ora che ho 51 anni mi sento anche di dire ai giovani che ogni occasione deve essere sfruttata, e chi veramente può sfondare e arrivare nel calcio che conta non può permettersi di fare scelte sbagliate, di qualsiasi tipo, perché non è detto che il treno ripassi una seconda volta. Il mio, di treno, non è più tornato».
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