Il caso
10.11.2025 - 21:00
Sabato mattina, un’immagine agghiacciante: davanti alla porta di casa di Stefano Vanzini, segretario provinciale dei Giovani Democratici di Latina, sassolini disposti con cura a formare una svastica. È il racconto diretto comparso su Facebook, subito divenuto oggetto di condivisioni, commenti e riflessioni.
Non si tratta di un’unica occasione. Il dirigente politico rivela che in passato era già accaduto qualcosa di simile: una svastica disegnata con un dito sulla sua auto, ramoscelli disposti alla stessa forma, sempre lo stesso gesto. «Non so chi sia stato. E sinceramente, non mi interessa», sottolinea pubblicamente.
Eppure l’atto assume un significato ben preciso: «Chi usa un simbolo come quello – spiega – che nella storia è stato morte, sterminio, odio, non ha bisogno di spiegazioni. Si commenta da solo. È un cretino».
Vanzini rigetta la logica della paura: «Se voleva essere una minaccia, non lo è. Se voleva essere un messaggio – aggiunge – è un messaggio di miseria. Di ignoranza. Di buio. Di solitudine».

Dietro le parole c’è un contesto che, nella provincia di Latina, vive tensioni concrete: la politica giovanile, la rappresentanza democratica e la memoria storica si trovano spesso a confrontarsi con gesti che evocano un’urgenza antica – quella di tenere alta la guardia contro ogni forma di rigetto dell’altro e di rinascita di simboli che sembravano sepolti.
La scelta di Vanzini di denunciare pubblicamente l’accaduto si inserisce in questa logica: non solo come vittima di un gesto intimidatorio, ma come testimone della responsabilità collettiva. Perciò parla a nome di tutti i soggetti che credono nella democrazia, nella partecipazione e nella cultura della libertà. Racconta di una “casa” che non vuole essere solo il suo domicilio, ma il luogo simbolico della cittadinanza: «Casa mia» diventa casa comune.
I Giovani Democratici di Latina seguono con attenzione l’evolversi della vicenda, così come il partito provinciale e le istituzioni locali. Nessun accertamento pubblico, per ora, è stato reso noto dalle forze dell’ordine: il post non specifica se sia già stata presentata una denuncia formale, né fornisce altri dettagli su possibili testimoni o prove. Ma la scelta della comunicazione pubblica dimostra già un orientamento preciso: rifiutare il silenzio, trasformare la paura in dialogo.
In un territorio segnato da molteplici sfide — economiche, sociali, culturali — il caso è un richiamo: ogni simbolo antico può ritornare sotto nuove forme, e la sorpresa non elimina la responsabilità. «Non basta reagire» implica Vanzini: «Serve vigilare, intervenire, costruire memoria».
Alla politica, alle forze dell’ordine, ai cittadini tutti viene l’appello implicito: non ignorare. Quando un gesto è piccolo ma intende essere segnale, la comunità deve farsi carico del messaggio.
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