La novità
20.01.2026 - 13:00
Foto di Gery Brusca
Al Geena di via Custoza, giovedì 22 gennaio alle 18:30, un incontro richiama l’attenzione. Al centro pone una tesi di laurea, uno studio filologico approfondito realizzato da Graziano Lanzidei che lo ha intitolato “Antonio Pennacchi: la rivoluzione permanente”. È un tema interessante, intorno al quale si confronteranno la professoressa Maria Antonietta Garullo, il professore Massimiliano Lanzidei che con Graziano ha fondato l’associazione Anonima Scrittori di cui facevano parte anche Pennacchi e il libraio Piermario De Dominicis, Giuseppe Iannaccone che ha curato quel Meridiano Mondadori dedicato alla figura dello scrittore Premio Strega la cui uscita dovrebbe essere ormai alle porte, il critico letterario Ugo Fracassa e il professore Rino Caputo, curatore del saggio «Lungo Canale Mussolini» che riprende gli atti del convegno del 2018 in Comune, organizzato insieme all’allora assessore Silvio Di Francia. Marco Ragonese presenterà invece “Altre copertine”, una reinterpretazione delle copertine dei libri scritti da Pennacchi.
Tante voci, e per filo conduttore un autore tra i più rivoluzionari della contemporaneità. La tesi vuole restituire tutto il valore letterario di Antonio Pennacchi, andando oltre il ricordo personale affettivo per indagare la complessità della sua opera. Ne parliamo con Graziano Lanzidei.
Come nasce l’idea di dedicare uno studio così approfondito su Antonio Pennacchi?
«È un percorso che nasce da lontano. Molti anni fa Antonio voleva che io mi laureassi in critica, purtroppo non è successo finché lui era in vita. Nel 2022, a seguito di un cambio di lavoro, ho ripreso gli studi e non potevo che presentare la tesi su di lui. Ho affrontato l’intera carriera universitaria con l’obiettivo di arrivare a parlare della sua opera, persino l’esame su Ariosto per arrivare a dire della furia dei Peruzzi. È stato un lavoro di ricerca svolto in concomitanza con la preparazione del Meridiano Mondadori affidato a Iannaccone, tanto che la mia tesi dovrebbe figurare tra le fonti dello stesso».
La ‘Rivoluzione Permanente’. Lo stile e il metodo. Uno studio che si concentra anche sulla “variantistica”. Che cosa ci rivela questo tipo di approccio?
«L’incontro al Geena organizzato su sollecito della neo Associazione Amici di Antonio Pennacchi, vuole parlare di Antonio dal punto di vista letterario per inquadrarlo nel ruolo che merita nel contesto della letteratura italiana. Per la mia tesi ho analizzato l’evoluzione del suo stile dalla prima opera e attraverso le continue modifiche che Pennacchi apportava ai suoi romanzi. Per Antonio l’opera doveva essere lo specchio del pensiero dell’autore nel momento presente, quindi lui la aggiornava fino a quando non la considerava finita. Era un autore in perenne evoluzione, il cui lavoro non è mai un prodotto statico ma un riflesso dinamico del suo pensiero».
La ‘rivoluzione permanente’, appunto...
«Pensa che Palude è stato rivisto almeno tre volte, Il fasciocomunista quattro, Il delitto di Agora due, Mammut ha vissuto numerosi rifacimenti prima della pubblicazione. Ma Antonio non correggeva solo la forma, rivedeva le sue stesse idee e gli equilibri narrativi, rendendo la sua scrittura un organismo vivo e la sua stessa esistenza aperta a un campo illimitato di azione. Doveva e voleva sentirsi libero di muoversi come meglio desiderava e lo ha sempre fatto, affascinato anche dalle figure molto diverse da sé. Basti pensare a quello che ha fatto in politica, nel sindacato, la sua esistenza rispecchia il suo modo stesso di essere. Antonio fondava tutto sul concetto cardine del divenire di Benedetto Croce».
E lui che cosa diceva di questa ‘ossessione’ di revisionare?
«La ammetteva. Antonio amava ripetere due frasi, una di Lucilio: ‘Ex praecordiis ecfero versum’, ossia tiro fuori il verso dalle membrane che circondano il cuore; e il ‘precetto’ di Orazio ‘ Nonum prematur in annum’, ossia il tuo scritto sia tenuto nascosto fino al nono anno. Antonio Franchini, che è stato suo direttore editoriale all’epoca sia del Fasciocomunista che di Canale Mussolini, intervistato per la mia tesi ha affermato: ‘Basti pensare a quanti romanzi avrebbe potuto scrivere Antonio Pennacchi con il tempo che impiegava a revisionarli’. Un approccio che lo accosta a giganti della letteratura che hanno fatto della variante la loro cifra stilistica: Ludovico Ariosto nelle tre versioni dell’Orlando Furioso ha inserito sempre nuovi temi, proprio come ha fatto Pennacchi con Palude; e parlando di perfezionismo filologico il suo metodo è paragonabile a quello di Alessandro Manzoni con i Promessi Sposi. La sua opera va ben oltre la dimensione locale o folkloristica quindi, e i suoi romanzi sono come un unico grande racconto in cui l’autore ‘rimette in pagina’ se stesso in diverse sfaccettature. Ogni personaggio è una sua proiezione, un meccanismo simile a quello utilizzato da Dante Alighieri, la sua produzione non è data quindi da una serie di libri isolati ma da un’unica ‘Arciopera’, e anche questo concetto analizzo nella tesi»
Spesso Pennacchi viene definito il cantore di Latina, considera quindi questa una definizione riduttiva?
«Assolutamente sì. Antonio ha reso il nostro territorio un luogo letterario e attraverso Latina ha raccontato il mondo. La sua grandezza risiede anche nello ‘sguardo laterale’ che ha sempre utilizzato per arricchire il dibattito e non appiattirsi su verità precostituite, lui riusciva a vedere la complessità dove gli altri vedevano solo una superficie. E tornando a Latina, il suo sguardo laterale ha permesso di non appiattire il territorio su una singola interpretazione, ma ha arricchito il dibattito culturale intorno alla sua identità. Anche nella letteratura italiana, Antonio è una figura di ribellione, che passa attraverso i generi letterari, spazia dal Romanzo Epico e Storico alla Letteratura Industriale al Giallo che trasforma in ‘Antigiallo’, fino alla Fantascienza. E dove passa lui, la situazione non è più quella di prima. Una ‘rivoluzione permanente’».
Oltre il mito della Fondazione...
«Certo. Ha raccontato i Monti Lepini, il Circeo, l’epoca industriale e la vita contemporanea, ha coperto l’intera evoluzione del territorio, e ha proiettato la città ai confini della galassia, trasformandola in un’ambientazione fantascientifica che riflette le difficoltà di sviluppo e l’isolamento del presente. Ha parlato del mondo attraverso Latina, ha utilizzato fonti classiche, il realismo magico, l’influenza di letterature altre come quella statunitense».
Quali sono i prossimi passi per onorare la sua memoria in vista del Centenario?
«L’Associazione Amici di Antonio Pennacchi sta valutando idee e progetti. Con l’opera di Antonio si può spaziare dovunque. Sarebbe bello renderla perno unificante per far sì che Latina si riscopra comunità, così come puntare su una divulgazione accademica. Aspettiamo intanto con curiosità l’uscita del Meridiano Mondadori e di altre pubblicazioni che diano vigore agli studi filologici su di lui, perché Antonio è un patrimonio di tutti, e tutti gli siamo in qualche modo debitori».
Ha affrontato la sua tesi distaccandosi dai sentimenti personali , ma posso chiederle ora che cosa le ha lasciato Antonio?
«Tante cose che vanno al di là dell’ amicizia. È stato veramente una figura forte di riferimento, un Maestro lo definirei se non sapessi che lui (ride!), dovunque ora sia, mi direbbe a suo modo: ‘Graziano, ma va...!”».
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