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Lo studio filologico su Antonio Pennacchi: una rivoluzione permanente

Avviciniamo Graziano Lanzidei, autore dell’interessante lavoro che sarà presentato il 22 agosto al Geena. Un’amicizia nata ai tempi dell’Anonima Scrittori, poi la tesi di laurea sui suoi testi e la sua opera

Lo  studio filologico su Antonio Pennacchi: una  rivoluzione permanente

Foto di Gery Brusca

Al Geena di via Custoza, giovedì  22 gennaio alle 18:30, un incontro richiama l’attenzione. Al centro pone una tesi di laurea, uno studio  filologico approfondito realizzato  da Graziano Lanzidei che lo ha intitolato  “Antonio Pennacchi: la rivoluzione permanente”.  È un tema interessante, intorno al quale si confronteranno  la professoressa Maria Antonietta  Garullo, il professore Massimiliano Lanzidei che con  Graziano ha fondato l’associazione Anonima Scrittori di cui facevano parte anche Pennacchi e il libraio  Piermario De Dominicis, Giuseppe Iannaccone che ha curato quel Meridiano Mondadori dedicato alla figura dello scrittore Premio Strega la cui uscita dovrebbe essere ormai alle porte, il critico letterario Ugo Fracassa e il professore  Rino Caputo,  curatore del saggio «Lungo Canale Mussolini» che riprende gli atti del convegno del 2018 in Comune, organizzato insieme all’allora assessore  Silvio Di Francia. Marco Ragonese presenterà invece “Altre copertine”, una reinterpretazione delle copertine dei libri scritti da Pennacchi.

Tante voci, e per  filo conduttore  un autore tra i più rivoluzionari della contemporaneità. La tesi vuole restituire  tutto  il valore letterario di Antonio Pennacchi,  andando oltre il ricordo personale affettivo per indagare la complessità della sua opera.  Ne parliamo con Graziano Lanzidei.

Come nasce l’idea di dedicare uno studio così approfondito  su  Antonio Pennacchi?

«È un percorso che nasce da lontano. Molti anni fa Antonio voleva che io mi laureassi in critica,  purtroppo non è successo finché lui era in vita. Nel 2022, a seguito di un cambio di lavoro,  ho ripreso gli studi e non potevo che presentare  la tesi su di lui. Ho affrontato l’intera carriera universitaria con l’obiettivo di arrivare a parlare della sua opera, persino l’esame su Ariosto per arrivare a dire della  furia dei Peruzzi. È stato un lavoro di ricerca svolto in concomitanza con la preparazione del Meridiano Mondadori affidato a Iannaccone, tanto che la mia tesi dovrebbe figurare tra le fonti dello stesso».

La ‘Rivoluzione Permanente’. Lo stile e il metodo.  Uno studio che si concentra anche sulla “variantistica”. Che cosa ci rivela questo tipo di approccio? 

«L’incontro al Geena organizzato  su sollecito della neo Associazione Amici di Antonio Pennacchi, vuole  parlare di Antonio dal punto di vista letterario per inquadrarlo nel ruolo che merita nel contesto della  letteratura italiana. Per la mia tesi  ho  analizzato l’evoluzione del suo  stile dalla prima opera  e attraverso le continue modifiche che Pennacchi apportava ai suoi romanzi. Per Antonio  l’opera doveva essere lo specchio del pensiero dell’autore nel momento presente, quindi lui la aggiornava fino  a quando non la considerava finita. Era un autore in perenne evoluzione, il cui lavoro non è mai un prodotto statico ma un riflesso dinamico del suo pensiero».

 La ‘rivoluzione permanente’, appunto...

«Pensa che Palude è stato rivisto almeno tre volte, Il fasciocomunista quattro, Il delitto di Agora due, Mammut ha vissuto numerosi rifacimenti prima della pubblicazione.  Ma  Antonio  non correggeva solo la forma, rivedeva le sue stesse idee e gli equilibri narrativi, rendendo la sua scrittura un organismo vivo e la sua stessa esistenza aperta a un campo illimitato di azione. Doveva e voleva sentirsi libero di muoversi come meglio desiderava e lo ha sempre fatto, affascinato anche dalle figure molto diverse da sé. Basti pensare a quello che ha fatto in politica, nel sindacato, la sua esistenza rispecchia il suo modo stesso  di essere. Antonio fondava tutto sul concetto cardine del divenire di Benedetto Croce».

E lui che cosa diceva di questa  ‘ossessione’ di revisionare?

«La ammetteva. Antonio  amava ripetere due frasi, una di Lucilio:  ‘Ex praecordiis ecfero versum’,  ossia tiro fuori il verso dalle membrane che circondano il cuore; e  il ‘precetto’ di Orazio ‘ Nonum prematur in annum’,  ossia il tuo scritto sia tenuto nascosto fino al nono anno. Antonio  Franchini, che è stato suo direttore editoriale all’epoca sia del Fasciocomunista che di Canale Mussolini,   intervistato per la mia tesi  ha affermato:  ‘Basti pensare a quanti romanzi avrebbe potuto scrivere Antonio Pennacchi con il tempo che impiegava a revisionarli’. Un approccio che  lo accosta a giganti della letteratura che hanno fatto della variante la loro cifra stilistica: Ludovico Ariosto nelle tre versioni dell’Orlando Furioso ha inserito sempre  nuovi temi, proprio come ha fatto Pennacchi con Palude;  e parlando di  perfezionismo filologico il suo metodo è paragonabile a quello di Alessandro Manzoni con i Promessi Sposi. La sua  opera va ben oltre  la dimensione locale o folkloristica quindi, e i  suoi romanzi sono come un unico grande racconto in cui l’autore  ‘rimette in pagina’ se stesso in diverse sfaccettature. Ogni personaggio è una  sua proiezione,  un meccanismo simile a quello utilizzato da Dante Alighieri,  la  sua produzione non è data quindi  da una serie di libri isolati ma da  un’unica  ‘Arciopera’, e anche questo concetto analizzo nella tesi»

Spesso Pennacchi viene definito il cantore di Latina, considera  quindi questa una definizione riduttiva?

«Assolutamente sì. Antonio ha reso il nostro territorio un luogo letterario e  attraverso Latina ha raccontato il mondo. La sua grandezza risiede anche  nello ‘sguardo laterale’ che ha sempre utilizzato  per arricchire il dibattito e non appiattirsi su verità precostituite, lui  riusciva  a vedere la complessità dove gli altri vedevano solo una superficie. E tornando a Latina, il suo  sguardo laterale  ha permesso di non appiattire  il territorio su una singola interpretazione, ma ha arricchito il dibattito culturale intorno alla sua identità.  Anche nella letteratura italiana, Antonio è una figura di ribellione, che passa attraverso i generi letterari, spazia dal  Romanzo Epico e Storico alla Letteratura Industriale al Giallo che trasforma in ‘Antigiallo’, fino alla Fantascienza. E dove passa lui, la situazione non è più quella di prima. Una ‘rivoluzione permanente’».

Oltre il mito della Fondazione...

«Certo.  Ha raccontato i Monti Lepini, il Circeo, l’epoca industriale e la vita contemporanea, ha coperto l’intera evoluzione del territorio, e ha proiettato la città ai confini della galassia, trasformandola in un’ambientazione fantascientifica che riflette le difficoltà di sviluppo e  l’isolamento del presente. Ha parlato del mondo attraverso Latina, ha utilizzato fonti classiche, il realismo magico, l’influenza di letterature altre come quella statunitense».

Quali sono i prossimi passi per onorare la sua memoria in vista del Centenario?

«L’Associazione Amici di Antonio Pennacchi sta valutando idee e progetti. Con l’opera di Antonio si può spaziare dovunque.  Sarebbe bello renderla perno unificante per far sì che Latina si  riscopra comunità, così come puntare  su una  divulgazione accademica. Aspettiamo intanto con curiosità l’uscita del Meridiano Mondadori e di altre pubblicazioni che diano vigore agli studi filologici su di lui, perché  Antonio è  un patrimonio di tutti,  e tutti gli siamo in qualche modo debitori».

Ha affrontato la sua tesi distaccandosi dai sentimenti personali , ma  posso chiederle ora che cosa le ha lasciato Antonio?

«Tante cose che vanno al di là dell’ amicizia. È stato veramente una figura  forte di riferimento, un Maestro lo definirei  se non sapessi che  lui (ride!), dovunque ora sia, mi direbbe a suo modo: ‘Graziano,  ma va...!”».  

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