Il fatto
14.02.2026 - 07:30
Il processo che vede 18 persone imputate per caporalato sembra una delle tante fotografie che arrivano dalla provincia di Latina. Una piaga sociale sottotraccia, venuta alla ribalta quasi due anni fa per la morte del bracciante agricolo Satnam Singh. Ieri mattina in Tribunale - davanti al Collegio Penale presieduto dal giudice Mario La Rosa e ai giudici Elena Sofia Ciccone e Valentina Mogillo - l’udienza è stata dedicata alla deposizione di un testimone, un bracciante agricolo del Bangladesh che parlava l’italiano. Tra alcuni non ricordo, conferme e le contestazioni delle difese su quanto riferito nel corso delle indagini, l’audizione del testimone è durata oltre un’ora. Quando tornava a casa dopo il lavoro su un quaderno annotava quanti mazzetti di ravanelli aveva raccolto e quindi l’importo della sua paga, anche se le buste paga, ha ricordato che erano fittizie. «Lavoravamo tutti i giorni anche il sabato e la domenica e se ero malato e stavo a casa non venivo pagato, alcuni giorni lavoravo tre ore, altri giorni anche nove ore», ha ricordato quando è stato interrogato dal pubblico ministero Marco Giancristofaro. Tra gli imputati anche molti imprenditori sono residenti in diversi centri della provincia di Latina. «In campagna i miei datori di lavori mi hanno dato gli stivali e non mi ricordo se mi hanno dato i guanti per lavorare», ha aggiunto. Nel corso delle indagini condotte dalla Polizia è emerso che il bracciante agricolo dava ogni volta per raggiungere il suo posto di lavoro la somma di sette euro ad un connazionale, ma in aula ha detto di non ricordarsi questo particolare che aveva riferito alla Polizia nel corso delle indagini preliminari. I fatti contestati sono avvenuti nel 2018. «Sono passati molti anni - ha ribadito - quando andavamo al lavoro, ricordo che il furgone lo guidava un uomo che si chiamava Gianni e ricordo che quando venivo pagato una parte mi arrivava in contanti e un’altra parte invece con un assegno».
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